da Il Sole 24 Ore di domenica 4 settembre

 
De Gasperi e il mestiere della politica
di Roberto Napoletano
 
Ricordo una mattina romana assolata di fine giugno di più di quattro anni fa, sala della Lupa a Montecitorio, ero lì tra gli altri con Paolo Pombeni e Gian Enrico Rusconi per ricordare Alcide De Gasperi. A me era stata affidata una relazione sull’attualità del suo pensiero e della sua opera e mi ero preparato con cura e partecipazione. Uscii da quell’incontro “ristorato” perché la sua figura scarna, la sua storia personale fatta di sobrietà, l’amore (mai nascosto) per la politica, le capacità di governo e il senso della storia, esercitano su di me un’attrazione fatale. Se devo pensare a un grande italiano, penso a lui: questo trentino di poche parole che riuscì (senza eredi, purtroppo) a piegare il Paese alla “coerenza meridionalista” e a mettere le “basi” dell’unico, vero grande miracolo economico italiano, è come se lo avessi conosciuto da sempre, quasi uno zio nobile di famiglia, un punto fermo nelle idee, un presidio per l’animo.
Uscito da Montecitorio e avviatomi verso casa mi sentivo più leggero, sapevo che la politica in Italia si è chiamata anche De Gasperi e questo mi rassicurava, non so perché ma sono giorni che torno con la mente a quella mattina e continuo a pensare a una lettera che lui scrisse dal carcere alla moglie il sei agosto del 1927. Cito il testo a memoria: “Ci sono molti che nella politica fanno solo una piccola escursione come dilettanti e altri che la considerano come un accessorio. Ma, per me, fin da ragazzo era la mia carriera, o meglio la mia missione”. In altri messaggi, sempre con la moglie, era stato ancora più esplicito: come un chirurgo rimane sempre un chirurgo anche se cambia ospedale e un ingegnere è sempre un ingegnere, io sarò sempre un politico. Per capirci, De Gasperi era un politico di mestiere, orgoglioso di esserlo.
Il degrado civile segna i nostri giorni, con corpi e poteri dello Stato in perenne guerra tra di loro. Assistiamo angosciati agli schiamazzi di una politica confusa, inconcludente e spesso troppo spesso, motore di clientele e malaffare, che continua a riempirsi la bocca con frasi del tipo: “Abbiamo liberato il Paese dai politici di professione”. Facciamo tutto ciò incoscientemente mentre rischiano di saldarsi la crisi finanziaria globale e i vizi italiani antichi e nuovi. Adesso, forse, ho capito perché sono giorni che penso a De Gasperi e a quella mattina nella sala della Lupa. Il Paese non ha bisogno di dilettanti e neppure di accessori. La storia ci insegna che se economia e finanza cominciano a ballare, ci può salvare solo la politica e chi la ama. Un viso scavato, un tratto (vero) di sobrietà, il senso dello Stato, la spinta della “missione”. Non c’è nulla di più nuovo, l’ho detto tante volte, di tornare all’antico, la straordinaria “attualità” di un trentino coraggioso che unì l’Italia ma oggi non la riconoscerebbe.