Un fiore giallo

Voglio raccontarti di un fiore, un fiore giallo, di un giallo intenso, ma ancora timido nel suo aspetto, piccolo, schiacciato sul terreno, con i petali stretti, la punta squadrata e incisa da alcuni minuscoli cunei.
E’ uno dei primi pomeriggi di aprile e il sole è splendido, brillante, alto nel cielo azzurro e allunga i suoi raggi per incominciare a rinverdire prati e radure. La stagione invernale è stata restia a manifestarsi totalmente bianca e purtroppo non ha reso affascinante come al solito la visione degli altopiani e delle montagne più basse che si alternano intorno a Roccaraso.
Sto salendo sul Monte Zurrone e lo faccio ogni volta che voglio rinfrancarmi lo spirito; è un punto da dove la visione del luogo spazia a trecentosessanta gradi e ad una curva esposta a nord trovo la strada parzialemte ostacolata da un cumulo di neve. Poco più avanti un ometto con i calzoni alla zuava e un piccolo zaino sulle spalle un po’ curve allunga il passo ritmato dalla punta di ferro del bastone che batte sull'asfalto della strada e scompare dietro ad un tornate per andare oltre, per salire al Sacrario dei Caduti senza Croce. Così, scendo dall’automobile e mi avvio a piedi giù per un vecchio sentiero allungato ai margini di un piccolo anfiteatro posto in mezzo ai faggi ancora addormentati; sicuramente quel posto una volta era un terreno coltivato, a grano, a orzo o forse a patate, quelle rosse che mia madre chiamava in dialetto “tudesche” (tedesche). Scendendo più giù  e raggiungo un pianoro escluso per la sua esposizione all’effetto devastante del sole primaverile; c'è ancora qualche macchia di neve gelata e granulosa; nel punto più chiuso, sotto la montagna come per incanto la neve è fresca, leggera, bianca più dell’altra. Il pianoro si affaccia come un terrazzo sul Prato, uno degli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, che divide o collega, come meglio si vuole intendere, Roccaraso a Rivisondoli. Qui ci scendo quando mi torna in mente un racconto che ho ascoltato alcuni anni fa di un piccolo aereo caduto durante l’ultima guerra e rimasto per alcuni anni affossato con il muso nel terreno e con la coda all’insù. Nessuno però mi ha saputo dire che fine abbia fatto. A me, ricercatore della storia roccolana, che in particolare si è indirizzata anche verso le ricerche sulla distruzione del paese avvenuta nel novembre del 1943, il racconto mi ha sempre incuriosito e la prima domanda che mi sono posto è stata quella di scoprire di chi fosse quell’aereo: italiano, alleato, tedesco? Non sono riuscito a saperlo e forse mai lo saprò. Ho cercato anche di scoprire se in quel posto fosse rimasta qualche traccia: la buca nel terreno, qualche pezzo di metallo ancora nascosto dall’erba. Niente di tutto ciò. Al margine del pianoro verso il Prato ci sono ancora i segni evidenti di due postazioni tedesche, due scavi collegati tra di loro da un camminamento. In quella posizione dominante e di fronte al cielo aperto al passaggio degli aerei, i soldati della Wehrmacht, quelli della Flak, forse avevano piazzato un pezzo di contraerea e potrebbe essere proprio quella la ragione del perché quell’aereo sia caduto in quel punto. Forse il pilota aveva cercato di colpire quelle postazioni? In tal caso l’aereo era delle forze alleate.
Ma torniamo ad oggi, a quel fiore giallo, piccolo e timido che ho visto da lontano. E’ solo, spunta in mezzo a una piccola zolla di terreno umido, quasi bagnata, che si è aperta intorno a quelle postazioni, al margine estremo di una piccola macchia di neve, dove i raggi del sole giungono nel primo pomeriggio e incominciano a insidiare gli ultimi granuli nevosi. Mi colpisce la sua solitudine di inizio della primavera, non ci sono altri fiori, e quindi mi avvicino per riassumere nello spirito la dimensione dei primi tepori della stagione verde che sprizza da quel giallo carico, solare; sembra il sole disegnato da un bambino. Mentre mi avvicino il pensiero torna ancora una volta a quell’aereo, cerco di immaginarlo apparire impuntato nel terreno, con la coda lucente illuminata dal sole, protesa in segno di sconfitta verso il cielo azzurro e immoto. Immagino di vedere il corpo del pilota, affossato dentro la tuta color carta da zucchero, le mani protese in alto verso quel cielo azzurro, verso l’Onnipotente. Immagino di scorgere attraverso il vetro incrinato degli occhiali i suoi occhi sbarrati, infissi nel dolore dallo schianto, annebbiati dal sangue vermiglio, ma azzurri come quel cielo. Immagino di vedere i suoi capelli di un colore indefinito, gelati, drizzati dalla paura di morire. Immagino di vedere la sua bocca, aperta, spalancata e di udire un urlo perso tra le folate del vento dei monti e poi finire in un gemito strozzato dal pianto, spento da mille lacrime e stroncato per sempre dall’ultimo respiro, esalato prima di vedere apparire il volto sbiadito e sorridente della mamma. Forse l’ultima immagine che ogni uomo intravede prima di esalare l’ultimo respiro. Cerco di immaginare la sua provenienza: Capelli biondi, tedesco? Capelli rossicci, inglese? Capelli scuri, italiano? Chissà.
Don.n..n...n, un tocco di campana. Due, tre, altri, giungono sulle ali del vento discendente dalla cima del monte. L'ometto è arrivato. L'ometto ha salutato i 150.000 italiani caduti senza croce nell’ultima guerra. Ancora una volta dopo l'inverno è tornata a suonare la campana, come tante altre volte dal quel lontano 1960, quando fu appesa tra le pietre del sacrario che sostengono una grande croce di ferro, illuminata di note e visibile da ogni luogo dintorno. Il don…ha salutato anche il pilota, forse anche lui senza croce.
Nel frattempo i miei passi sprofondano tra quell'ultima neve che un po' mi entra nelle scarpe. Granuli grigi e ghiacciati, freddi, che al contatto col calore del corpo si dileguano bagnando leggermente le estremità. Quando sento forte il freddo mi accorgo di essere arrivato sul piccolo fiore. Mi fermo, lo guardo come se lo facessi attraverso gli occhi di quel pilota e mi accorgo di scorgerlo giallo sbiadito, confuso dietro alcune di quelle sue lacrime. Umidito luccica un po’ ai raggi del sole. Luccica riflettendo un bagliore diafano che lascia trasparire sotto di se un anello metallico, d’acciaio, inalterato dal tempo, affossato vicino a uno spuntone di bianco calcare. Asciugo una lacrima, adesso è più chiaro, mi chino e il fiore spunta dal buco di un bullone.
Il bullone di un aereo?
L’aereo del pilota sconosciuto.
Un fiore per il pilota sconosciuto.
Un fiore che, forse, ogni primavera, da allora è spuntato sempre in mezzo a quel bullone.
Un pilota. Un uomo. Un fiore eterno per quell’uomo perso tra i miei monti.
La guerra. Che orrore la guerra!
L’alito del vento riprende quota e soffia via lontano. Un altro don.n..n...n, due, tre.
Vento, porta con te i rintocchi della dolce campana, spingili almeno una volta fino a raggiungere una casa in Germania o in Gran Bretagna o in Italia. Chissà!
Ad un certo punto apro gli occhi: è buio, un po’ smarrito muovo le mani, tocco il soffice piumino che mi avvolge. Stavo dormendo, mi sono svegliato.
Ho sognato!