Diversi visitatori del sito sono rimasti favorevolmente impressionati e mi hanno scritto per chiedere come è iniziata questa affascinante avventura e come io sia riuscito a ricostruire le storie di un paese che non c’è più così com’era, finito irrimediabilmente per sempre sotto le macerie prodotte dalla furia...
tedesca nel novembre del 1943. Ebbene, c’è una persona a cui devo essere grato per avermi inconsapevolmente spinto a scrivere sulla storia del mio paese, quella recente della prima metà dello scorso secolo, ma non per questo meno importante di quella più remota. E’ l’architetto Enrico Del Pizzo, di Lama dei Peligni.
Ho raccontato gli avvenimenti che hanno avuto origine il 18 settembre 1897, giorno in cui arrivò il primo treno alla stazione di Roccaraso. Da quel momento iniziò una frenetica attività turistica, caratterizzata soprattutto dagli sport invernali.
Giuseppina, la nonna di Enrico, negli anni ’30, d’inverno veniva a Roccaraso a vendere generi di conforto e mercanzie agli sciatori; d’estate ripeteva l’attività, quasi come un rito, nei paesi allungati sulle rive dell’Adriatico, dove i primi turisti si tuffavano in quelle acque. In tutte e due le occasioni quella donna tornava a casa con le lire guadagnate per soddisfare le necessità della famiglia e unitamente a quel denaro infilava nella capiente e profonda tasca della lunga gonna qualche cartolina del posto che l’aveva impressionata. Arrivata a casa le riponeva, ordinate per paese, in una piccola cassa di legno.
A lungo andare quella cassa raccolse un tesoro: custodiva il racconto incantevole della storia e dello sviluppo dei luoghi raggiunti con fatica, come Roccaraso, d’inverno, tra la neve e il gelo. Una piccola, ma significativa memoria, raccontata senza parole, senza impressioni, con il modo più semplice per essere compreso anche da chi a quei tempi non sapeva leggere: le immagini. Le immagini di case, chiese, piccoli monumenti; spiagge e acque salate, barche a vela, pescatori anneriti e sudati, costumi da bagno arcaici; montagne, prati, boschi, sci, slitte e slittovia, sciatori abbronzati e sudati, tute da sci primordiali, avvenimenti sportivi di fondo, discese e salti. La vita di un mondo nuovo e diverso: quello del turismo, che si affiancava a quello più duro e meno remunerativo della pesca, dell’agricoltura e della pastorizia.
Quando la furia tedesca cancellò Roccaraso e dilaniò tanti altri paesi lungo la Linea Gustav, compresa Lama dei Peligni, in quella cassa avvolta dalla polvere delle macerie e risparmiata dallo scoppio e dalle schegge degli ordigni che seminarono la morte, restarono le immagini di quelle località, lì si conservò anche l’anima del mio paese.
Alla morte della nonna, Enrico, che non aveva mai potuto guardare in quella cassa, quasi contenesse l’oro o chissà quale cosa ancora più preziosa, invece di piangere accanto alla sua vecchietta tanto amata, corse in soffitta e aprì lo scrigno. Ma la delusione nel trovare solo cartoline fu così grande che tornò in quel posto solo dopo tanti anni, quando studente universitario di architettura incominciò a conoscere ed apprezzare i luoghi che lo circondavano con la loro storia e le loro caratteristiche spesso perdute per sempre, ma custodite anche in quelle immagini per essere ricordate. Il nipote continuò, quasi naturalmente, geneticamente, la collezione di nonna Giuseppina.
Un giorno Enrico mi mostrò le cartoline di Roccaraso e così scoprii i primi aspetti della sua vita di un tempo, con tutto quello che aveva consentito ad essa di crescere, di modificare la sua economia pastorale in quella dell’industria della ospitalità; del suo primo impianto di risalita. Andai oltre, incominciai a cercare preziose testimonianze, se mai fossero ancora presenti, raccolsi i racconti di coloro che vissero quell’epoca e che nel frattempo stavano scomparendo, per sempre!
Ecco, è iniziata così la mia storia di “scrittore”; così mi hanno definito coloro che hanno apprezzato le mie ricerche e soprattutto le mie parole, parole che trasudano sì, emozioni, gioia. La parola “scrittore”, però, mi ha sempre intimorito, era toppo grande per me, l’ho rifiutata fin dall’inizio, sentivo che non mi apparteneva; avevo semplicemente ed umilmente scritto ciò che avevo appreso.
Attraverso quelle ricerche, pian piano, ho conosciuto personaggi che sono vissuti nel mio paese o che sono venuti per praticare lo sport, per respirare semplicemente l’aria di questi altopiani; uomini o donne semplici, ma anche gente importante: uomini politici, nobili, professionisti, sciatori bravi e famosi, turisti, ma anche soldati. Si, i genieri della Wermacht che eseguirono le operazioni di guerra intorno a Roccaraso. Li ho incontrati a Ortona in occasione del sessantesimo anniversario della battaglia di Natale del 1943 che dilaniò quella città.
Tra le immagini che ho raccolto ce n’è una che voglio unire a corredo di queste parole, è quella di una cartolina seppiata, che ritrae la “mia Roccaraso” che non c’è più. Essa appare vetusta ed austera, incompleta nella sua piccola grandezza di un angolo segnato a presidio del valico testimone del passaggio della storia; è arroccata sopra un dirupo che domina il torrente Rasine, è incastonata come in un quadro in uno degli archi dei Dieci Ponti, attraversati in quel momento dalla vaporiera.
Ugo