Tony Vaccaro, un nome a me sconosciuto e suppongo anche a molti di voi. Attraverso una persona cara, che vive a New York, ho ricevuto la sua richiesta del mio libro del centenario dello sci roccolano, che egli ha avuto modo di leggere e lo ha fatto con particolare attenzione restando colpito dalla storia, dalle immagini e dalla loro composizione grafica al punto che l’ha invitata a estendere i suoi complimenti a me e per il mio tramite ad Andreas Waibl, l’art direction. Alla fine lo ha riposto tra le sue cose più care, immaginando, forse, di non doverlo restituire. Ma quella persona, gentilmente, glielo ha richiesto e lo ha riavuto, con la promessa però che mi avrebbe chiamato affinchè gliene  spedissi uno. Così ho provveduto immediatamente. Ma con la stessa solerzia ho interrogato Internet per scoprire chi fosse questo personaggio importante nel mondo della fotografia e la nota che segue ve lo rivela nella prima parte della sua vita.
Per me è stato un onore e una bella soddisfazione ricevere la richiesta del libro, perché immaginarlo tra le sue cose più care non è cosa da poco. Nella lettera che ho scritto per ringraziarlo gli ho chiesto una foto scattata durante la sua carriera, con relativa dedica. Poi gli ho dato appuntamento per questa estate, quando dovrei essere a New York. Sono certo che sarà un momento emozionante della mia vita.
Che dire, si vive anche di soddisfazioni e per me tutto quello che ho realizzato per il mio paese ho sempre immaginato che fosse ripagato solo da soddisfazioni e posso assicurarvi che ne sono arrivate tante, anzi tantissime e questa spero non sia l’ultima.
 
Tony Vaccaro, che attualmente vive a New York, nasce nel 1922 a Greensburg (Pennsylvania) da genitori molisani emigrati; ed è proprio in Molise - nel paesino di Bonefro - che passerà anni fondamentali come solo possono esserlo quelli dai 3 ai 17: una semplice visita ai parenti italiani si trasformerà, a causa della morte di ambedue i genitori a poca distanza l'uno dall'altra, in una permanenza talmente estesa da fargli sviluppare un particolare attaccamento a quella che nel frattempo è divenuta, a pieno titolo, la "sua terra". Ma intanto, al di fuori della quiete semplice di Bonefro, la Storia incalza: il 1939 vede il giovane Tony tornare in America, richiamato in vista dell'arruolamento; pochi anni dopo acquisterà la sua prima fotocamera, una Argus C3 (35mm). E' nel 1943 che inizia la sua partecipazione alla Seconda guerra mondiale: arruolato nello US Army, torna in Europa prendendo parte allo sbarco in Normandia, fino ad arrivare alle porte di Berlino liberata.
Due anni di atrocità vissuti in prima persona e racchiusi in circa 8 mila fotogrammi, che salgono a 20 mila se si considerano quelli scattati fino al '49, in veste di fotografo del Ministero degli Esteri americano a Parigi, prima (le foto che documentano la Liberazione di Parigi gli varranno, nel 1994, la medaglia di 'Cavaliere della Legione d'Onore'), e del giornale delle Forze Armate Americane in Germania The Stars and Stripes, poi. Un lungo reportage che scaturisce da una necessità non solo documentaria ma anche - e soprattutto - comunicativa, che ha dovuto fare i conti, inevitabilmente, con le enormi difficoltà pratiche proprie del contesto in cui ci si trovava ad operare, sviluppando nel fotografo un'estemporanea quanto efficace 'arte dell'arrangiarsi'; ricorda, a questo proposito, Tony Vaccaro: "Durante la battaglia del villaggio di Sainteny, in Normandia, mi trovai nelle rovine di una casa senza tetto e vidi fra un mucchio di pietre e polvere un pacchetto con su scritto a mano 'Hydroquinone' (alla High School il maestro, Mr. Lewis, mi aveva insegnato la formula per preparare lo sviluppo Kodak D-76, che contiene, appunto, l'Hydroquinone). Guardai intorno, e fra i rumori dell’artiglieria e dei fucili, realizzai di trovarmi tra le rovine di un negozio di fotografia. Cercai e trovai altri pacchetti di sostanze che mi sarebbero servite sia per sviluppare le pellicole che per il fissaggio. L'unico contenitore per sviluppare i miei rullini era il mio elmetto. Ma ne servivano cinque: quello con lo sviluppo, il D-76, poi l'acqua, l'iposolfito, l'acqua per il primo lavaggio dell'iposolfito e, alla fine, un secondo lavaggio più lungo. Per questo avevo preso un elmetto da un cadavere che mi stava vicino. Senza termometro e senza bilancia ho sviluppato il primo rullo di notte, a cielo aperto, tenendo le estremità della pellicola con le due mani e facendola scorrere su e giù per 11 minuti, quanto era necessario per svilupparla. Al termine del lavaggio, appendevo la pellicola sui rami degli alberi e, la mattina dopo, il negativo era pronto. Le pellicole che sviluppavo le portavo sempre con me, nello zaino, ma man mano che aumentavano facevano sempre più volume. Così, quando arrivammo a Parigi, in un teatro distrutto dai bombardamenti trovai uno di quei reel che si usavano per avvolgere le pellicole cinematografiche; la larghezza era la stessa, 35mm. In questa grande bobina avvolsi allora tutte le mie pellicole, una dietro l'altra, man mano che le sviluppavo. Ma per farcele entrare tutte le dovevo tirare, così la polvere e l'umidità crearono delle irrimediabili micro-rigature. Nelle stampe si notano, ma io li ho considerati segni lasciati dalla guerra, come ferite indelebili".
 
Poi la sua storia continua…
 
 
 
 
 
 
 

 

Rolly Marchi, che ha scritto per me sul libro