Un rombo di genialità e di fragranza
 
Morbido all’interno con radi pezzettini di mandorla e cos'altro non so, innasprato tutto sopra di un croccante appena pronunciato, tenue, variegato dal marrone scuro a sinuosi movimenti di beige, quasi bianchi. Il trionfo del cacao e dello zucchero, che avvolgono e nascondono la farina e i segreti ingredienti che la rendono fragrante: il mostacciolo.
Quello roccolano è speciale, per me è il migliore che ci sia. Mangio solo questo, gli altri non mi interessano, sono troppo duri, alcuni, troppo appiccicosi, altri, di cioccolato non eccezionale, tutti.
Quello fatto da Bruna è un’altra cosa; ne mordi dolcemente un pezzetto, lo lasci un po’ in bocca aspettando che si sciolga e nel frattempo ti passano sotto il gusto gli aromi che raccoglie, giusti, delicati, avvincenti. Poi ad un tratto, mentre muovi delicatamente la lingua per raccogliere il dolce bolo ti rendi conto che si è giustamente insalivato senza eccedere, è il segno della maestria di chi l'ha inventato e di chi continua a impastarlo; non può accadere altrimenti, perché la saliva non inonda la bocca tanto è stata sapientemente misurata la dose degli ingredienti, così come tramandata negli anni, nei secoli forse.
Dietro di lui c’è una storia, c’è la storia dei nostri dolci; quella che nasce nei monasteri delle suore, di clausura forse; da quelle cucine ci sono arrivati i dolci più prelibati, quelli che ancora oggi caratterizzano le peculiarità dolciarie di ogni regione dove essi sorgevano o si trovano ancora.
Questo mostacciolo è arrivato a Roccaraso alla fine dell’Ottocento, lo portò con se dal suo monastero suor Maria Rosa (Ferretti) e ne diffuse il consumo prima gelosamente raccolto tra le mura domestiche, poi centellinandolo nelle occasioni importanti a cui veniva chiamata a contribuire, con il suo sapiente fare culinario, presso qualche famiglia nobile del paese e poi perfino in qualche battesimo o matrimonio di qualcuno un po’ più facoltoso.
Sembra che il trionfo e la notorietà del morbido e fragrante dolcetto bruno siano esplosi in una occasione importante; accadde nei saloni dell’albergo Palace Maiella, dove erano stati invitati dall’Amministrazione comunale per il ricevimento ufficiale gli skiatori che alla fine di febbraio del 1910 giunsero per il “Primo convegno di cimenti invernali tra le nevi delle alte montagne abruzzesi”. Così intitolava il Giornale d’Italia del 28 febbraio. Fu accompagnato da rosolio e confetti Pelino di Sulmona.
Qualche tempo dopo raccolse e custodì la preziosa ricetta una giovinetta, piccola di statura, un po' claudicante, ma tanto abile nell’arte culinaria e pasticciera: Elisabetta Di Vitto, che veniva chiamata a preparare i lauti pranzi battesimali o matrimoniali e il romboide dolce non più monasteriale arricchiva anche il vassoio del cosiddetto “complimento”, che ogni invitato riceveva in segno di gratitudine.
Continuò il suo percorso nella storia il mio mostacciolo e arrivò in un luogo un po’ particolare, oserei dire industrializzato: il forno Compagnoni, in Largo Luigi di Savoia e la sua ricetta finì nelle altrettanto abili mani di Maria Silvestri. Ma qui l’attività “industriale” non cambiò i connotati del piccolo dolce, il mostacciolo conservò integri sembianze e sostanza, trovò nuova linfa vitale e spadroneggiò di nuovo tra i palati sopraffini accompagnato perfino da un cugino, dal corpo giallo e innasprato anche lui, candidamente contrastante, perfettamente bianco. Ricordo da bambino, quando mia madre in qualche occasione particolare ne ordinava un po’, sia dell’uno, che dell’altro; ma a me quello che piaceva di più era il primo, quello della storia. Ma sono convinto che se oggi ci fosse suor Maria Rosa, avremmo la conferma che anche il “mostacciolo bianco” proveniva dalle cucine segrete del suo monastero.
E voi adesso, sono certo, vi chiederete: e che c’entra Bruna? C’entra, c’entra. Bruna è la nuora di Maria e sono ancora certo che alla fine della sua vita quella antica e preziosa ricetta sia passata dalla suocera alla nuora. Che dono prezioso, e poi dicono che le suocere non vogliono bene alle nuore. Quale dono più prezioso poteva lasciargli? Un anello? Un bracciale? No e poi no. Semplicemente la ricetta del mostacciolo, quello roccolano, quello che a me piace tanto e che la brava Bruna, innamorata di mio figlio Marco, (non diciamolo a Vincenzo, il marito) ad ogni occasione importante per lui, ama preparargli. Questa volta, per la sua laurea specialistica ha esagerato, io non li ho contati quei rombi variegatamente bruni, ma in quel vassoio, posso assicurarvi, ce n’erano proprio tanti.
E adesso, scusatemi, l’ho dimenticato proprio davanti alla tastiera del PC, devo mordere l’ultimo pezzetto, dell’ennesimo mostacciolo. Che delizia!

 

Da Pescara un lettore mi ha scritto così:  Mille trovate.
Mi hai fatto venire la voglia di provarlo, questo dolce. Mi hai fatto capire come si possa fare letteratura anche su cose semplici. Mi hai fatto ancora piu' capire come si possa amare una terra, un luogo, una vita in un luogo.