Un crocefisso di ferro bruciato.
Ogni anno a Roccaraso, dal lontano 1960 al Sacrario dei Caduti Senza Croce, sul Monte Zurrone, si commemorano i 150.000 italiani morti e dispersi durante l’ultimo conflitto mondiale. La grande croce che sovrasta il piccolo sacrario in pietra e una lunga scalinata formata da 150 gradini per ricordare proprio quei 150.000 soldati, è un punto di riferimento visibile a chi sale sugli Altopiani Maggiori d’Abruzzo; di notte appare illuminata in una visione straordinaria in mezzo al cielo nero e stellato. Alla fine degli anni ’60, d’estate, a scuole chiuse, lavoravo come ragazzo di portineria all’Hotel Piemonte di Roccaraso dove i reduci della Seconda Guerra Mondiale, dopo la cerimonia si radunavano per un frugale pasto, occasione per rivedersi ancora una volta e ricordare i momenti più tristi della loro esistenza. Arrivavano numerosi da ogni parte d’Italia. Una di quelle volte fui testimone di un episodio molto bello. Si presentò un uomo con due baffi dritti sulle guance rosse e due grandi mani, rovinate dalla fiamma ossidrica, che stringevano un crocefisso nero, “in ferro bruciato” così spiegò la tecnica di lavorazione quell’uomo: Pietro Trivilino, di Ortona. Cercava i responsabili dell’organizzazione, fu attorniato dalla gente incuriosita, che si allargò quando arrivò il colonnello Vincenzo Palmieri, il tenace ideatore e realizzatore di quel sacrario che aveva perso un fratello nella steppa russa. Aveva voluto il sacrario dedicato ai Caduti Senza Croce proprio qui, in alto, proiettato nel cielo azzurro di Roccaraso, visibile a trecentosessanta gradi. Pietro spiegò il suo lavoro di fabbro. Mi colpirono i suoi occhi grandi, quasi fuori dalle orbite, neri e rossi, bruciati dal calore immenso della fiamma. Aggiunse Pietro che per raffreddare i suoi occhi usava metterci sopra qualche fetta di patata. Credo di ricordare che anche lui avesse perso un fratello in quella maledetta guerra e per questa ragione aveva voluto dare il suo contributo al completamento del luogo sacro alla Patria. Disse che voleva porre il crocefisso all’inizio della strada che conduce al Monte Zurrone, per ricordare a chi sale che quello è un luogo che ricorda la morte, ma che quei 150.000 italiani privati della gioia di vivere sono risorti a nuova vita con Gesù.