Il tesoro di Roccaraso: dov'è finito?
Non avrei mai immaginato che la pubblicazione di alcuni articoli sulla Roccaraso che non c'è più avesse spinto i lettori ad indirizzarmi e-mail di apprezzamento, ma soprattutto di richiesta di notizie ulteriormente curiose sui fatti che hanno caratterizzato la vita sua vita di un tempo. Grazie per averlo fatto, è il segno, come del resto immaginavo, che questo paese, quello che io ho definito “lamiaroccaraso” suscita interesse al di là di quelli sciistici e turistici. Ciò mi spinge a continuare su questa strada e quindi eccovi una rivelazione veramente sbalorditiva. Di cosa si tratta? Ma cosa c’è di più intrigante e affascinante della notizia di un tesoro?
Il tesoro di Roccaraso
L’anno millenovecentocinquantadue, addì 1° del mese di maggio, nell’Ufficio Segreteria della Colonia Agricola Penale di Capraia Isola (Livorno), alle ore 9. Innanzi a noi Dott. Aldo Giordano – Commissario di P.S. in servizio presso la Questura di Aquila, in missione a Capraia Isola – assistito dal Brig. di P.S. Giovanni Elia della Squadra Politica della Questura di Livorno, è presente il detenuto Canton Bruno fu Pietro e Di Del Pozzo Emilia, nato a Pordenone (Udine) il 6.11.19210, attualmente ristretto nella Colonia Penale di Capraia Isola in espiazione di pena, il quale opportunamente interrogato dichiara:
“Con provvedimento Ministeriale in data 28.9.1950 fui trasferito dalle Carceri Giudiziarie di Pordenone alla Colonia Agricola di Capraia Isola per essere adibito al lavoro di meccanico-dentista ed infermiere. Dalle carceri di Pordenone fui posto in traduzione il 16 ottobre 1950. Il servizio di traduzione fu effettuato regolarmente con tappe Venezia-Bologna-Firenze-Pisa-Livorno. Dato il tempo trascorso non sono in grado di indicare esattamente i giorni in cui si verificarono le soste e la durata di esse. Se non erro, sono stato in sosta presso le Carceri Giudiziarie di Bologna dal 22 al 27 ottobre 1950.
A Bologna, nel primo giorno di sosta conobbi un tedesco di nome Walter, di cui non ricordo il cognome. L’incontro avvenne in un camerine in cui sostavano i detenuti in transito. Detto camerine ospitava circa 35-40 persone; in esso i detenuti dormivano e prendevano anche i pasti.
Proprio il giorno del mio arrivo, mentre me ne stavo tutto solo, abbattuto per le pene inflittemi e particolarmente per la pena relativa al concorso in una rapina – reato per cui la stessa Pubblica Accusa aveva chiesto l’assoluzione per insufficienza di prove e del quale mi processo innocente – ad un certo momento sentii un detenuto che parlava con difficoltà in italiano frammisto con parole tedesche; conoscendo la lingua tedesca per avere lavorato in Germania, in località Blecammer e a Dresda, mi avvicinai al tedesco e iniziai a conversare con lui. Molto egli si rincuorò per le mie parole e per aver incontrato una persona che poteva comprenderlo; lasciò subito gli altri e conversò con me, manifestandomi simpatia. Da quel momento mi fu sempre vicino per la durata della mia sosta a Bologna.
Il giorno successivo a quello del primo incontro, il tedesco – che mi disse di chiamarsi Walter – mi mise al corrente delle sue drammatiche vicende di quegli ultimi tempi; mi confidò d’essere stato ufficiale delle Forze Armate Germaniche, propriamente Capitano del S.S. e in più di un reparto specialissimo, che godeva di particolare autorità e prestigio. A suo dire, si trattava di un reparto poco numeroso ma sceltissimo. Sempre a dire del Walter, trattasi di 22 ufficiali che avevano compiti di particolare vigilanza per quanto atteneva la sicurezza di Hitler e che avevano inoltre compiti particolarmente delicati di vigilanza e di controllo in seno ai reparti normali delle Forze Armate Germaniche. Il Walter mi mostrò anche delle fotografie che lo ritraevano in divisa di Ufficiale Germanico. Mi disse ancora che lo speciale reparto, cui apparteneva, era una specializzazione o una filiazione delle note S.S. e veniva indicato, se non erro, con la sigla “W” oppure “WU”. Non ricordo esattamente il significato della sigla, ma mi sembra che il reparto avesse uno strano nome come “Figli di Hitler” o qualcosa del genere. Mi spiegò che il reparto disimpegnava, in genere, normale servizio; in più, i membri di esso avevano particolari ed eccezionali facoltà ed erano anche muniti di un particolare speciale distintivo (normalmente tenuto segreto) consistente in un collare metallico (se non erro con un brillante) e di una tessera di riconoscimento particolare. Il collare, indossato in particolari circostanze, conferiva a detti ufficiali una eccezionale autorità e li poneva al disopra degli altri ufficiali anche di grado più elevato. Mi pare di ricordare che il Walter mi disse che tale reparto era frazionato in unità costituite da uno-due uomini, dislocate negli Stati o nelle zone più importanti d’Europa e dell’Africa.
Il Walter mi comunicò ancora che da una Corte di Norimberga era stato condannato alla pena dell’ergastolo per delitti politici o come criminale di guerra; alla stessa pena dell’ergastolo sempre come criminale di guerra, era stato condannato anche da una Corte in Italia, se non erro a Roma. Manifestò la speranza di poter riottenere la libertà di lì a 7 o 8 anni, precisando di aver ferma speranza in un riesame della sua posizione in relazione a inevitabili mutamenti degli orientamenti politici e anche perché una personalità tedesca (se non erro) gli aveva promesso il suo autorevole interessamento.
Mi disse che non intendeva di riallacciare rapporti con i suoi parenti ed amici; dichiarò ripetutamente che io gli avevo ispirato fiducia e simpatia, soprattutto quando gli avevo parlato della mia vita e dei miei contatti con le popolazioni della zona di Dresda, delle quali avevo un nostalgico e carissimo ricordo.
Non sono in grado di indicare esattamente il luogo di origine del Walter; se non erro, ricordando meglio, egli era austriaco o nato in una zona di confine tra l’Austria e la Germania. Comunque anch’egli aveva un caro ricordo delle popolazioni della zona di Dresda.
Il Walter dopo avere ancora ripetuto che io gli avevo ispirato fiducia, dopo aver appreso che avrei espiato la mia pena col gennaio del 1955, in segreto mi confidò che intendeva farmi una rivelazione. Mi dissi disposto ad ascoltarlo.
Mi spiegò che egli si trovava negli Abruzzi nel periodo che precedette la ritirata verso il Nord delle truppe germaniche da tale regione. Prima della ritirata egli, unitamente ad altri due tedeschi, aveva occultato un tesoro nella zona di Roccaraso. A suo dire, gli altri tedeschi che con lui avevano compiuto l’impresa, erano, poi, deceduti, per cui, presumendosi che essi non avessero rivelato ad altri la cosa, solo egli era a conoscenza del segreto.
Nella zona di Roccaraso avevano proceduto ad occultare il tesoro mediante seppellimento. Trattasi propriamente di una cassa di legno munita di cerniere metalliche, tolta a persona in vista, residente a Roccaraso. Nella cassa erano stati collocati oggetti d’oro razziati in Roccaraso, oggetti d’oro tolti alla chiesa o alle chiese di Roccaraso nonché gioie di ingente valore portate via da Roma e comprendenti gioielli già di pertinenza di una Principessa della Casa Reale di Savoia. Il Walter mi precisò che il tesoro aveva un valore approssimativo di “tre quarti di miliardo”.
Il tesoro era stato occultato esattamente nella zona in cui era piazzata una batteria della “Flak” (Artiglieria Contraerea Germanica) a 4 o 5 Km. Da Roccaraso, nei pressi di un bosco o addirittura in un bosco. Non so se a quel tempo a Roccaraso fossero state piazzate una o più batterie contraeree. Mi pare di ricordare che fosse una sola. In ogni caso l’ufficiale mi spiegò che nei pressi della batteria vi era una baracca adibita a deposito di munizioni. Il tesoro era stato collocato in una buca profonda due o tre metri e scavata esattamente sul pavimento della baracca; dico meglio, mi spiegò che la baracca non aveva pavimento ne in legno ne di altro materiale; il “pavimento” era costituito dal fondo naturale del terreno. Sul fondo della buca era stata collocata la cassa che era stata poi coperta dalla terra ricavata dalla escavazione. Intendendo proteggere il tesoro e non disponendo di altri tipi di ordigni esplosivi, avevano avuto cura di collocare due mine anticarro, l’una da una parte, la seconda dall’altra della cassa; le due mine erano collegate con un filo metallico passante al disopra del coperchio della cassa.
L’ufficiale non mi spiegò se le due mine anticarro erano state modificate nei loro dispositivi che ne provocano lo scoppio. Egli assicurò che in ogni caso la rimozione della cassa o uno strappo, anche minimo, del filo metallico avrebbero provocato l’esplosione delle due mine ad alto potenziale con conseguente inevitabile distruzione del tesoro e naturalmente con la morte di coloro che occasionalmente o preordinatamene avessero rimosso il terreno nel punto del seppellimento della cassa.
A.D.R. Non sono mai stato nella zona di Roccaraso e non ne ho mai avuto altre descrizioni all’infuori di quelle fornitemi dall’ufficiale Walter.
A.D.R. Non mi furono indicati altri più precisi punti di riferimento della zona; non mi fu detto quale strada si debba percorrere da Roccaraso centro per portarsi alla località della batteria contraerea. Per contro, devo riferire che il Walter parlava con tanta sicurezza della batteria contraerea da mostrare di ritenere e da far ritenere che la batteria fosse piazzata in un luogo perfettamente e facilmente individuabile. Non so se esista tuttora la baracca di legno, già adibita a deposito munizioni…
(Il verbale continua con altre indicazioni fornite dal detenuto).
Dalla raccomandata-riservata dell’1.7.1952, prot. 2674/GAB, inviata dalla Questura dell’Aquila al Prefetto della stessa città, a seguito di indagini intraprese a richiesta del Ministero dell’Interno, tra l’altro si legge: “…Presso il Carcere Militare di Bologna, peraltro, fin dal 1948 si trova ristretto l’ex ufficiale tedesco Reder Walter, appellante avverso la sentenza del Tribunale Militare di Bologna che lo condannò ad anni 30 di reclusione perché ritenuto responsabile dell’eccidio di Marzabotto, avvenuto durante l’occupazione nazifascista. Però tanto la Questura di Bologna, quanto la Stazione Carabinieri – Traduzioni e scorte – di Bologna escludono che il predetto ex ufficiale tedesco Reder Walter abbia potuto comunicare con il detenuto Canton Bruno. Le indagini volte alla identificazione del luogo descritto dal detenuto C.B. sono risultate infruttuose…”
Cosa è accaduto all’epoca?
Le indagini sono risultate veramente infruttuose?
Se è vero che negli anni successivi al Conflitto Mondiale a Roccaraso si sono viste spesso persone facilmente identificate come tedeschi, come meglio illustrato nel mio libro 1943 Roccaraso kaputt! è possibile che qualcuno abbia recuperato quel tesoro, così come sono stati certamente recuperati altri oggetti preziosi in diversi punti della zona.
O il tesoro è ancora sotto quei due metri di terreno ormai indurito dal tempo?
“Potrebbe essere questo il movente per avviare finalmente gli organizzatori dell’offerta turistica locale a sviluppare concretamente le escursioni in montagna, invitando i turisti a ripercorrere i sentieri che nel 1943 seguirono i tedeschi per raggiungere le decine e decine di postazioni che presidiavano questo tratto della Linea Gustav, e sperare che qualcuno possa intuire il posto giusto. Ormai quel filo di ferro che collegava le due mine per farle esplodere è sicuramente svanito aggredito dalla ruggine…”