Dopo aver fissato l’appuntamento con il geniere tedesco Carl Bayerlein di 78 anni, residente a Heilbronn nel Baden Wurttemberg, il 20 maggio 2004 mi sono recato a Ortona, dove egli, insieme ad una ventina di reduci della 1^ Divisione paracadutisti tedesca, unitamente a monsignor Hermann Woelk, sottotenente

della divisione, ha commemorato, a distanza di sessant’anni, tutti i caduti di quella battaglia.

Speravo di trovare tra i reduci qualcuno che avesse prestato servizio a Roccaraso nei momenti cruciali della sua distruzione, per raccogliere una preziosa testimonianza sulle operazioni che furono compiute, ma non sono stato fortunato, nessuno di loro era stato nel mio paese a quell’epoca. In compenso, Carl Bayerlein mi ha consegnato cinque fogli scritti in tedesco che contengono una parte delle memorie sulla sua partecipazione alla guerra in Italia, redatti nel 1946. Da questi fogli, che riguardano la sua permanenza in Abruzzo, ho tratto i ricordi relativi alle operazioni per la costruzione della Linea Gustav, che condusse sugli Altopiani Maggiori. Con sorpresa ho ritrovato alcuni episodi che io ho raccontato nel libro. Uno in particolare mi ha emozionato e fu compiuto proprio da Carl Bayerlein: l’installazione dell’esplosivo sotto il bivio che collega la statale 17 alla statale 84, tra Roccaraso e Rivisondoli.

 dal libro di Ugo Del Castello

1943 Roccaraso kaputt!

Michele Biallo editore, 2005

 

In den Abruzzen 1943

Nell’ottobre del 1943, avventurosamente e in parte con il treno, in parte con gli automezzi, raggiunsi dalla Germania il fronte italiano, in Abruzzo. Fui aggregato alla 3^ Compagnia del Genio paracadutisti della 1^ Divisione, con a capo il capitano Jacobeit. Egli era un uomo alto e atletico e ci conduceva quotidianamente in un campo di ulivi, nei pressi di Roccacasale, dove era posizionato un poligono di tiro; avevamo a disposizione tante munizioni. Il clima era favorevole, diverso da quello che avevo lasciato in Germania e i rapporti tra i commilitoni erano ottimi.

Durante i primi giorni, ogni tanto, il cielo della valle era sorvolato dagli aerei nemici, ma non accadde nulla di particolare. Successivamente, di notte, venivamo svegliati dal tuono dei cannoni che sparavano in lontananza e affacciandoci alle finestre vedevamo, dietro alle montagne che ci dividevano dalla Valle del Sangro, i bagliori che illuminavano il cielo limpido. Quello fu il segno più evidente che ero vicino al fronte e le giornate spensierate furono sostituite dalla preoccupazione che gradualmente rabbuiò il mio spirito allegro di giovane recluta.

La guerra ci aspettava e infatti incominciammo a salire nella zona degli Altopiani Maggiori. Roccaraso, almeno come nome, lo conoscevo già da quando ero in Germania per essere una nota località di sport invernali. Sulle alture tra i tre paesi di Roccaraso, Rivisondoli e Pescocostanzo, e nelle piane sottostanti costruivamo trincee, ricoveri e piccole gallerie. In molti punti sotto la sede stradale, alternati tra di loro, costruivamo gli alloggiamenti per la dinamite che, nel caso di uno sfondamento della linea del Sangro da parte degli Alleati, avrebbe consentito di distruggere l’intera viabilità. Successivamente fummo incaricati di minare tutto il versante Nord di Monte Secine. In un punto, commettemmo l’errore di disporre gli ordigni dal basso verso l’alto e due commilitoni inavvertitamente calpestarono due mine; furono fortunati perché non scoppiarono. Invece, due civili al nostro servizio furono gravemente feriti dallo scoppio di un’altra mina. Li caricammo su due asini e li portammo a Pescocostanzo, ma non avemmo più notizie di loro dal momento che ci muovevamo continuamente su quelle montagne.

Io conducevo un gruppo di tre asini per trasportare gli ordigni e quando non avevano voglia di lavorare si buttavano per terra e non si alzavano per nessuna ragione. Con un commilitone le liberavamo dalle mine e allora si alzavano e camminavano, ma come li incominciavamo a ricaricare si buttavano nuovamente a terra e non c’era verso di farli alzare. Una mattina il primo asino si sdraiò nuovamente per terra e anche gli altri lo seguirono. Non sapendo che fare incominciammo a mangiare un panino che ognuno di noi aveva nello zaino e mentre masticavamo e guardavamo la piana sotto di noi ci accorgemmo che uno di loro ci guardava e muoveva le labbra, come se stesse mangiando. Divisi il mio panino a metà e ne poggiai un pezzo vicino alla sua bocca. Non feci in tempo a ritirare la mano che in un sol boccone lo fece sparire. Emise un raglio e anche gli altri lo imitarono; con un nuovo movimento della bocca mi fece capire che voleva anche l’altro pezzo del panino. Così, sia io, che il mio compagno rinunciammo alla colazione e facemmo mangiare i tre asini. Ma appena finirono di mangiare, il primo si alzò e lo seguirono anche gli altri due. Li caricammo e finalmente continuammo a salire verso il luogo dei lavori. Fu così che ogni mattina prima di uscire prendevamo tre panini in più; ma la prima volta dovemmo faticare un bel po’ per far capire al cuciniere che quei tre panini in più erano indispensabili per poter proseguire con il trasporto delle mine. Da quel momento non avemmo più problemi.

Su quelle montagne c’erano tante pecore e ogni tanto ne prendevamo una e la portavamo al nostro cuciniere. La cucina si trovava nella stessa casa dove alloggiavamo e a forza di cucinare le pecore i muri si erano impregnati di quella puzza che divenne insopportabile. Ma era l’unico modo per mangiare della carne e così ci dovemmo accontentare. Però, da quando sono tornato in Germania non ho più mangiato carne di ovini.

Ricordo che la prima volta che salimmo a Roccaraso con il treno rimanemmo stupiti: ponti e gallerie si alternavano in mezzo alle montagne; ci rendemmo conto che quello era un capolavoro dell’ingegneria ferroviaria italiana. Dopo l’ultima galleria, lunga oltre tre chilometri, si arrivava sugli altopiani e il verde dei prati e l’aria frizzante, nonostante che il fronte fosse vicino, ci miglioravano lo spirito. In quella galleria era posizionato un treno con sopra un cannone; usciva per far passare gli altri treni o per sparare verso la valle del Sangro, poi rientrava dentro. Il nemico non riuscì mai ad individuarlo e a colpirlo.

Per ingannare gli Alleati, in diversi punti degli altopiani, posizionammo tanti cannoni finti fatti con tubi di ferro. Sul Piano delle Cinque Miglia infilzammo tanti alberi nel terreno per evitare l’atterraggio di aerei nemici; dall’alto delle montagne sembrava una piantagione di luppolo.

Sulla Cresta di Pietramaggiore, sopra Rocca Pia, con un martello pneumatico, che con grande fatica trasportammo fin lassù, dovemmo rompere una roccia per installarvi una batteria contraerea. Io ero addetto al trasporto di una tanica di 20 litri di benzina. Finimmo appena in tempo il lavoro che passarono alcuni aerei nemici. Ci nascondemmo tra le rocce e così non fummo avvistati. (La batteria fu installata in quel punto, a quota m. 1605, mediano tra le due valli che scendono verso la Valle Peligna, dal Piano delle Cinque Miglia e dal Bosco di Sant’Antonio, per cercare di abbattere gli aerei che, provenienti da Sud, incominciavano la discesa verso Sulmona per bombardarla. Tra i diversi interventi, il 9 gennaio la batteria, passata sotto la FLAK della 305^ Divisione di fanteria, riuscì ad abbattere 4 Spitfire – n.d.r.).

Al bivio della strada che porta da Roccaraso a Rivisondoli facemmo una grande buca, dove mettemmo una bomba da cinquecento chili, coperta da tante cassette di dinamite e da una “T-mine” collegata con una miccia portata fuori della sede stradale dentro la gronda divelta da un tetto; poi coprimmo tutto con sabbia e pietre. Durante questo duro lavoro, dalla montagna sopra di noi arrivarono in picchiata due caccia americani che ci mitragliarono, ma per fortuna nessuno di noi fu colpito.

In seguito fummo inviati a preparare le cariche per far saltare la strada che saliva da Castel di Sangro. Ci avviammo verso quella zona, quasi spensierati, insieme con i civili italiani, ma siccome era molto vicina alla linea del fronte ed esposta alla vista del nemico, all’improvviso fummo raggiunti da una tempesta di ferro con “Spunckergranaten”. Ci rifugiammo immediatamente dentro le fosse dei canali di scolo delle acque che correvano ai lati della strada, mentre i lavoratori italiani buttavano gli attrezzi da lavoro e correvano dappertutto, senza rendersi conto di essere finiti ai margini di un campo minato; furono fortunati, non subirono alcuna conseguenza. Il nostro compagno Ehlrs, invece, fu colpito a morte da alcune schegge di granata mentre si dirigeva verso un fosso per ripararsi. Senza aver compito alcun lavoro tornammo indietro spaventati. Ingenui, ma salvi.

Verso la fine di novembre l’artiglieria nemica incominciò a sparare sempre più di frequente e la situazione divenne all’improvviso seria e pericolosa. Dopo tanti giorni di tempo bello incominciò a piovere incessantemente e i ruscelli divennero torrenti furiosi; sulle cime più alte comparve la prima neve. Con tutto quel fango dovemmo continuare a fare i buchi per le mine. Tornavamo ai nostri alloggiamenti sempre bagnati e di notte non riuscivamo ad asciugare i vestiti. Le armi incominciarono ad arrugginirsi e le dovevamo pulire continuamente. Le solette delle scarpe si staccavano e incominciai a maledire il mio servizio di geniere. Intanto la pressione del nemico sulla zona di Ortona divenne sempre più forte e si temeva una rottura del fronte, così fummo trasferiti verso Est, a Gamberale.