3 novembre 1943

Lo sfollamento
Verso gli ultimi giorni di ottobre l’unica notizia certa che i tedeschi fecero trapelare tra la popolazione fu che tutti avrebbero dovuto abbandonare Roccaraso...
La notizia, per quanto incerta e che lasciava increduli, si diffuse velocemente. Lo spettro dell’abbandono delle proprie case, per andare chissà dove, divenne la massima disgrazia che avesse potuto colpire l’intero paese. Solo un terremoto avrebbe suscitato una paura maggiore, se non altro per la sua imprevedibilità e per le conseguenze immediate sulla vita umana. L’annuncio dello sfollamento suscitò nell’animo di tutti un sentimento misto di rabbia e di sconforto e fu purtroppo la conclusione di quel crescere continuo di vessazioni, di controlli improvvisi lungo le strade, nelle case di tutti, in ogni momento, finanche di notte, di occupazione o requisizione delle cose più care ed essenziali per la propria vita. Tutti avevano sperato che gli alleati sarebbero arrivati al più presto. In fondo la parte più meridionale dell’Italia era stata liberata in due mesi o poco più e nessuno avrebbe mai immaginato che Roccaraso fosse in una posizione così importante. La notte il sonno divenne padrone solo della fantasia dei più piccoli, che stanchi di andare in giro a rendersi conto di quello che stava accadendo, chiudevano la giornata sprofondati nel letto, ripensando alle pistole, ai fucili, ai mitra, ai cannoni, alle autoblindo e ai carri armati, desiderio dei giochi di ogni bambino. Loro avevano visto quelli veri ed era quasi una soddisfazione, così ognuno pensava a come poterli costruire in forma di giocattolo. I genitori, i nonni, le nonne, non dormivano; cercavano di immaginare cosa sarebbe accaduto, dove sarebbero andati e come avrebbero vissuto i loro giorni da derelitti. L’inverno era alle porte e la preoccupazione del freddo, con tutte le sue conseguenze, li angosciava. Dall’alto di quella rocca vedevano sotto di loro un immenso vuoto, il buio senza riferimenti, senza via d’uscita; angosce e pianti cedevano alla fine al sonno. Ma era un sonno breve, seguito da un risveglio di soprassalto e da veglie interminabili, piene di preoccupazioni e di interrogativi, purtroppo senza alcuna risposta. A qualche rumore proveniente dalla strada ci si alzava per vedere se c’era movimento di truppe o per capire se il vicino stesse facendo qualcosa di particolare, molte luci si intravedevano dietro gli sportelli semichiusi delle finestre e in tutte le case la gente non si dava pace.
Il 31 di ottobre un aereo alleato sganciò una bomba sul villino d’Avalos, perchè avevano ricevuto la notizia della presenza del feldmaresciallo Kesselring. Il villino non fu colpito, ma le schegge e lo spostamento d’aria uccisero Claudio Mori e Palmira Mattacola, un bambino napoletano che qui si era rifugiato con la sua famiglia, e la sua balia.
Il primo novembre la flebile speranza che la notizia non fosse vera fu cancellata dai manifesti di sgombero affissi dovunque. Si crearono immediatamente capannelli di persone davanti alla chiesa, davanti al municipio, perfino davanti ai pali della luce e agli alberi. I tedeschi li avevano messi dappertutto. Il significato di quella diffusione così capillare divenne immediatamente evidente quando tutti appresero che a partire dal giorno tre novembre “per ragioni di guerra” Roccaraso doveva essere abbandonata. Il manifesto di Kesselring chiudeva con una frase senza possibilità di appello: “Tutti coloro che verranno trovati ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”.
Il banditore comunale Benedetto Pantalone girò tutte le strade del paese suonando la cornetta e ripetendo ben presto a memoria e fino alla nausea l’obbligo di sfollamento.
Una parola è rimasta impressa nella mente di tutti i roccolani di allora: “ ‘raus kapitalisten!” Fuori i capitalisti! Perchè oltre ad essere cacciati furono anche accusati di essere capitalisti?
Evidentemente, con i suoi alberghi di lusso e con le numerose ville arredate riccamente, Roccaraso rivelava di essere un luogo frequentato dall’aristocrazia e le truppe germaniche si scagliavano innanzi tutto contro di questa. Ad alimentare questo astio contribuiva il fatto che in molte abitazioni erano stati accumulati arredi preziosi e gioielli che erano stati poi nascosti dietro intercapedini e muri posticci. Era facile immaginarlo e perciò gli occupanti andavano sfondando pareti e botole in ogni edificio, nelle cantine, nelle soffitte, dietro le cataste di legna da ardere. Ecco perchè: “ ‘Raus kapitalisten!”.
Con questo epiteto addosso, che certamente non si addiceva a gran parte della popolazione locale, perchè tutta quella roba preziosa era stata portata qua, in sicuro dai proprietari delle ville fuggiti dalle città o da coloro che comunque fuggiti dalle città si erano rifugiati negli alberghi e anche nelle case private prese in affitto. i roccolani il 3 novembre furono avviati all’esodo forzato. La prima colonna di sfollati si formò lungo il viale Roma, dove erano stati messi in fila alcuni autobus del trasporto urbano di Roma e camion militari. Ogni automezzo aveva due soldati davanti, uno addetto alla guida, l’altro al suo fianco; un terzo sorvegliava la sistemazione dei viaggiatori per poi salire a sua volta e tenerli sotto controllo dorante il viaggio. I primi che arrivarono furono fatti salire sul primo camion parcheggiato davanti all’albergo Reale; lasciarono il paese e furono condotti a Popoli, l’ultimo paese della Valle Peligna: il banditore Benedetto Pantalone fu il primo a salire con la sua famiglia; seguirono con lo stesso automezzo, la famiglia di Alberto Olivieri, di Marietta Spinelli, di Rita Bucci, di Emidio De Capite, di Mario Sabatini, di Sebastiano Nasuti. All’arrivo furono tutti alloggiati in un edificio scolastico. Seguirono gli altri, che a ritroso salirono fino all’ultimo camion parcheggiato in largo Luigi di Savoia.
Sebastiano era un commerciante di tessuti, non aveva figli e viveva con la moglie Adele. Prima di partire nascose tutti i suoi averi, si racconta di una cifra di circa centocinquantamila lire, dentro l’intercapedine di una “furnacella”, l’antica cucina economica alimentata con il carbone del camino. Quel denaro fu trovato da qualcuno? O, quando la casa saltò in aria, si spappolò con l’umidità sotto le macerie? Il povero Sebastiano e la moglie finirono i loro giorni dorante l’inverno, vittime dell’esalazione dell’ossido di carbonio di una stufa.
La famiglia di Alberto Olivieri si trasferì in un alloggio privato e dopo qualche giorno, insieme con gli altri sfollati, furono avvisati da un messo del Comune di abbandonare quella città. Il Sindaco aveva appreso che li avrebbero condotti verso Padova. Nottetempo si allontanarono e raggiunsero Vittorito un altro paese della Valle.
Nel giro di qualche giorno quasi tutti lasciarono Roccaraso e la maggior parte di loro si fermò a Sulmona. Restarono in paese solo le persone obbligate a rimanere al servizio delle truppe di occupazione. Come mio zio Goffredo, tutti portavano sul braccio una fascia di riconoscimento con la scritta “I.H.D.W.” Im Hilfe der deutschen Wehrmacht – In aiuto dell’esercito tedesco.
Alcune delle famiglie che si erano rifugiate sui monti dell’Aremogna lasciarono i loro rifugi posticci anche ai primi di dicembre. Furono tollerati, ma quando arrivò l’ordine definitivo scesero nella Valle Peligna. Gli attacchi alleati di fine novembre indussero i tedeschi ad attestare la linea del fronte proprio sul valico di Roccaraso, dove avrebbero controllato con maggiore sicurezza eventuali tentativi di sfondamento; quindi la fascia di territorio retrostante doveva essere completamente sgombera di civili. Quei roccolani non si comportarono come gli abitanti di Pietransieri e non misero a repentaglio la loro vita.
La famiglia di mio nonno paterno di fermò a Sulmona e zio Tommaso, per contribuire al suo sostentamento, si recava tutti i giorni a lavorare nell’officina di un fabbro, requisita dai tedeschi per le riparazioni degli automezzi che scendevano dalla linea del fronte, li doveva pulire dal fango: Lo faceva così bene, sia per guadagnare qualcosa in più, sia per conservare il “sicuro” posto di lavoro, che strinse quasi amicizia con un soldato austriaco addetto al controllo di quelle operazioni. Un giorno l’altro mio zio Paolo, più piccolo, fu preso dai tedeschi per essere condotto a compiere lavori pesanti in zone di montagna. Zio Tommaso intercedette presso quel soldato affinchè facesse qualcosa per evitare quella dura condizione al fratello. L’austriaco salì su un sidecar e fece salire anche lui; andarono a trovare zio Paolo, lo presero con loro e lo portarono a lavorare in quell’officina.
Una testimonianza della tristezza con cui i miei concittadini affrontarono quei giorni è affidata a questa graziosa poesia, che ancora oggi alcune donne ormai anziane amano ripetere quando ripensano al loro bel paese che non trovarono più al loro rientro dopo la guerra.
Il tre novembre a sera
nessun se l’aspettava
la cartolina giunse
ci toccherà sfollar.
Ci toccherà sfollar
con la tristezza in cuore
lasciando Roccaraso
paese nostro d’or.
Passati a Rocca Pia,
a Pettoran fermati
Sulmona destinati
e sempre ancor così.
La vita sulmonese
per noi non è cortese
è meglio il mio paese
ci voglio ritornar.

Il piccolo Claudio Mori sul Viale Roma qualche giorno prima di morire.