Pietransieri è la frazione di Roccaraso. Qui un plotone di paracadutisti tedeschi trucidò 128 persone civili, colpevoli semplicemente di non aver voluto abbandonare il proprio paese. A tal proposito si riportano alcune considerazioni dello storico Paolo Paoletti.

  

Dal libro “L’eccidio dei Limmari di Pietransieri (Roccaraso):

un’operazione di terrorismo”.

 

“…Come non essere d’accordo col Sindaco Redaelli, che nel 1966 concludeva la sua relazione con queste parole: “Se le 128 vittime, trucidate dal 15 al 21 novembre, si fossero allontanate da quella zona...ed avessero riparato, dopo l’obbligato sfollamento, nelle zone…che offrivano una certa sicurezza perché assai distanti dalla Linea Gustav, si sarebbero indubbiamente sottratte a tanta ferocia…” - Il riferimento del Sindaco, anche se non esplicitato, era evidentemente il manifesto di Kesselring del 30 ottobre 1943, che recitava tra l’altro: “Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”. Cosa prevedessero “le leggi di guerra” per i ribelli trovati in zona di operazioni è facilmente intuibile: la fucilazione sul posto. Non c’è dunque bisogno di andare a cercare ipotetiche rappresaglie per uccisioni di soldati mai avvenute, bastava ricordare il contenuto dell’ordinanza, che equivaleva alla dichiarazione dello “stato d’emergenza” a tempo indeterminato…

Tra il 16 ed il 17 novembre, i paracadutisti tedeschi effettuarono gli ultimi tentativi incruenti per far allontanare gli sfollati di Pietransieri dalla loro fascia di sicurezza: o sotto la minaccia delle armi o più esplicitamente con il minamento o l’incendio dei fabbricati…Purtroppo allo scoppio delle cariche esplosive non segue lo sfollamento di quei disperati dei Limmari. La gente preferisce ancora sistemarsi alla meglio tra le macerie piuttosto che abbandonare gli uomini e gli animali alla macchia…Gli uomini alla macchia che dovrebbero aver capito che quello non era un ulteriore segnale d’insofferenza, ma l’ultimo avvertimento degli occupanti germanici, invece di prendere l’iniziativa soprassedettero ancora…Ma neanche i soldati tedeschi avevano capito che le mine da sole non servivano a far allontanare i civili e i loro armenti. E’ in queste incomprensioni reciproche che matura la tragedia.

“… Il sangue di questi innocenti cade sempre a sud di Pietransieri, tra il villaggio e il fiume Sangro. Le donne, i vecchi e i bambini, vengono uccisi semplicemente, perché si trovano davanti a quella che sulle carte geografiche tedesche è definita HKL, la Haupktampflinie, la linea di combattimento principale. Così semplice e così orribile!...”

“…Su quella linea di fronte, dai primi di novembre, comandava l’11^Compagnia del III Battaglione della 1^ Divisione paracadutisti il Capitano Georg Schulze. “Alto, magro, claudicante e stizzoso”. Uno dei tanti criminali di guerra morti serenamente nel proprio letto. Nel luglio del 1943 era stato decorato di croce d’argento e questo fa pensare al suo valore e all’orgoglio con cui la portava. Un ufficiale del genere non poteva confessare ai superiori, nel momento in cui gli eventi fecero presagire un attacco alleato di sfondamento della linea, proprio in quell’area, che in due settimane non era riuscito a far sgombrare un centinaio di persone. Non poteva dire che non si era abbassato a compiere un’azione di polizia militare. Soprattutto non poteva ammettere che nel momento di massimo pericolo lui si trovava con un numero imprecisato di civili nella fascia di sicurezza. Dunque è possibile che l’orgoglio e la paura possano aver condizionato la decisione così terribile che assunse. Egli non seppe ottemperare all’ordinanza di Kesselring e ordinò uno degli eccidi più efferati che furono commessi in Italia. Nessuno si salvò, tranne una bambina, Virginia Macerelli, rimasta protetta sotto il corpo della mamma…”

“…La strage si configura in ogni caso come un fatto episodico di alcuni comportamenti di quella 11^ Compagnia. Infatti le altre pattuglie, come quella che passa al casolare Cantini e al Di Florio, perlustrano la zona ma senza fare più vittime…”

“…Poi finita l’emergenza del pericolo di un attacco alleato, i rapporti tra militari e popolazione si “normalizzano”, almeno nel settore del 3° Reggimento. Alcuni giorni dopo la strage, l’unica scampata, Virginia Macerelli, non solo viene medicata più volte da un infermiere tedesco, ma poi viene accompagnata a piedi dalle Carceri Alte a Pescocostanzo. Un gesto che la situazione militare e un animo ben diverso da parte delle truppe del 3° Reggimento permettevano. L’unico elemento inspiegabile è la sproporzione tra la colpa (quella di trovarsi nel momento sbagliato in zona di operazioni) e la punizione, che colpisce con una mezz’ora di puro terrorismo. Ma c’è qualcosa che si spiega razionalmente in un atto irrazionale come la guerra?...”