Il salvataggio della statua di Sant’Ippolito: un episodio accaduto nel novembre del 1943 che i roccolani ricordano con religiosa e commossa soddisfazione.

  

Brano tratto dal mio libro:

1943 ROCCARASO kaputt!

2005, M. Biallo Editore

 

La statua del protettore di Roccaraso è un busto argenteo contenente le reliquie del santo; fu commissionata nel 1688 agli abili orafi napoletani da due munifici coniugi, il barone Donato Berardino Angeloni e Agata Florini, gli stessi che dieci anni dopo promossero e finanziarono la costruzione del teatro. La statua fu restaurata la prima volta nel 1777; la seconda volta nel 1849 e successivamente nel 1985.

 

 

Durante l’occupazione tedesca di Roccaraso, il secondo giorno dello sfollamento della popolazione ordinato da Kesselring, la piazza tra la chiesa madre, la torre e la chiesa dei morti era gremita di gente e in quel trambusto generale un ufficiale e due soldati entrarono nella chiesa parrocchiale. Mia zia Vittoria, che abitava dentro la Terra Vecchia, la parte più antica del paese, che sarebbe dovuta scendere con la famiglia il giorno successivo a Sulmona insieme a tutti gli sfollati, si trovava in quel posto per osservare e rendersi conto di quelle tristi operazioni di abbandono del paese. C’era con lei Concetta Chiaverini. Le due donne notarono i tre soldati e si affacciarono furtivamente in chiesa. Videro che essi giravano davanti agli altari, parlavano animatamente e poi entrarono nella sacrestia, dove era custodita la statua del santo protettore. Dopo qualche istante si accorsero che i tedeschi stavano uscendo e li precedettero sul sagrato della chiesa, dove si fermarono a guardare ancora quello che accadeva in piazza. I soldati uscirono e da come parlavano e gesticolavano si capiva chiaramente che sarebbero tornati. Preoccupate per quello che sarebbe potuto accadere, Vittoria e Concetta, si recarono a casa di Giuseppina Liberatore. Giuseppina collaborava con il parroco don Tito Mancini nelle faccende della chiesa e sapeva dove il parroco conservava le chiavi degli armadi e della saracinesca che proteggeva la statua di sant’Ippolito e il braccio argenteo contenente anch’esso alcune reliquie del santo. Le due donne arrivarono trafelate a casa di Giuseppina, dove c’era la zia Antonietta Valentini. Spiegarono loro che cosa avevano visto e dissero che dovevano andare immediatamente a nascondere la statua. Le donne, tutte insieme, presero una coperta imbottita, un sacco per contenere le patate, alcuni spaghi e si avviarono a passo svelto verso la chiesa. Mentre camminavano, tra un respiro e l’altro, decisero il da farsi e conclusero che la statua doveva essere portata a Sulmona, alla Curia Vescovile. Don Tito si era recato in quella città per chiedere aiuto al Vescovo, Luciano Marcante, affinchè intervenisse tra la popolazione locale per sistemare alla meglio i suoi parrocchiani, laddove c’era disponibilità di alloggio. Quando le donne entrarono nella sacrestia gli sportelli in legno della nicchia che sovrastava l’altare erano stati aperti, la saracinesca era stata sollevata ed era rimasta incastrata, appena di traverso. Nel frattempo Giuseppina, che si era recata nella adiacente abitazione del parroco, tornò con la chiave; la infilarono nella serratura e con un candeliere diedero un colpo sulla parte sollevata della saracinesca che scese e fu aperta. La statua apparve in tutto il suo splendore. Ci fu un breve momento di commozione, si inginocchiarono, mai avrebbero pensato che a distanza di soli due mesi dalle cerimonie del 13 agosto avrebbero rivisto il loro protettore. La tradizione voleva, come accade del resto ancora oggi, che il busto argenteo di sant’Ippolito, data la sua preziosità, venisse esposto in chiesa la sera della vigilia, con una solenne cerimonia, e riposto nella nicchia in sacrestia l’ultima domenica di agosto. Immediatamente tirarono giù la statua e la avvolsero nella coperta insieme con i simboli che il santo stringeva nelle mani: la spada, la palma e la colomba, nonché il braccio con le reliquie e le piume del cimiero; la infilarono nel sacco e lo legarono con gli spaghi. Senza perdere tempo, temendo che i tedeschi tornassero, si recarono affannate nell’appartamento del parroco, dove c’era una scala che scendeva dietro la chiesa. Uscirono chiudendo a chiave tutte le porte e s’inoltrarono per i vicoli e le stradine dentro il paese per evitare, possibilmente di incontrare i tedeschi, che erano intenti nelle operazioni di sgombero vicino ai mezzi di trasporto. Fortunatamente incontrarono solo altre persone che si recavano a Sulmona e a chi domandava cosa portassero dentro quel sacco lo informavano di quello che stavano cercando di realizzare. Arrivarono dietro l’angolo dell’orto della signora Imperatrice, dove si fermarono un attimo per vedere quale fosse la situazione in largo Luigi di Savoia. Lì erano parcheggiati diversi automezzi che caricavano gli sfollati e si resero conto che proprio quello più vicino a loro era mezzo vuoto. Si diressero verso quel camion e Giuseppina e Antonietta salirono con la statua, sistemandosi in fondo per non correre rischi. Prima che salissero, un soldato che presenziava a quelle operazioni volse lo sguardo con un misto di curiosità e di sufficienza e diede un colpo sul sacco col calcio del fucile, ma la coperta imbottita attutì il colpo e probabilmente soddisfatto di quel saggio fece salire anche gli altri sfollati; chiuse il cassone e il camion si avviò. Fu più rumoroso il sospiro emanato in contemporanea dalle due donne che il botto della sbarra che si chiuse. La voce si era sparsa immediatamente e mentre il camion si muoveva tra la folla, chi aveva intuito che quello era il camion del trasporto del santo, si fermava e si faceva il segno della croce, invocando sant’Ippolito affinchè aiutasse gli sfollati e salvasse il paese.

Purtroppo il paese fu distrutto, ma la quasi totalità della popolazione tornò, nonostante le sofferenze di un anno e mezzo di sfollamento, e tornò anche il nostro protettore, che nel frattempo fu custodito presso la Curia Vescovile, grazie al coraggio e all’intraprendenza di quelle quattro donne.

Il pomeriggio del 22 ottobre 1946, presso la chiesa di san Rocco, l’economo della Curia Vescovile di Sulmona, Don Adolfo Scalzitti, alla presenza del Sindaco Ippolito Del Castello e di quattro testimoni, Silvestri Leopoldo, Giardini Sabatino, Valentini Giovanni e Strizzi Gabriele, consegnò “la monumentale statua in argento di sant’Ippolito, con il braccio destro e la reliquia, nonché le piume del cimiero, la colomba, la spada e la palma” al nuovo e giovane parroco Don Edmondo De Panphilis, appena ordinato sacerdote, che ne rilasciò ricevuta.

Fu quello l’atto notorio che chiudeva la tragica vicenda dello “sfollamento” della comunità.

 

Arnaldo Petrarca, roccolano, il 13 agosto del 1940 si trovava prigioniero degli inglesi in Libia. In quel periodo egli raccolse in un diario i principali avvenimenti della sua vita di prigioniero, ma anche il ricordo dei suoi cari, del suo paese e dei fatti che con struggente nostalgia viveva.

Quel giorno dedicato al suo patrono scrisse questa:

 

Preghiera

 

Glorioso Sant’Ippolito,

Puro eroe della Fede,

Or più che mai ti supplico

Prostrato al tuo piede.

A te glorioso martire

Imploro con fervore,

A te che sei l’ausilio

Di ogni peccatore.

Il nome tuo santissimo

Da tanti è invocato,

Nelle Spagne, in Francia

E in Roma è venerato.

Da molti secoli

Il borgo mio natìo

Qual avvocato angelico

T’ha scelto presso Dio,

Dove nel tuo martirio

Gli desti grande vanto

Di aver parte sì nobile

Del tuo corpo santo.

Questa insigne reliquia

A noi sempre è servita

D’usbergo nei pericoli,

Nei mali della vita.

Deh! Or di più irradia

La santa protezione

E fa ch’io più ti veneri

Con grande devozione.

Al nome tuo santissimo

Va questa prece mia.

Tu, gran santo, guidami

Verso la retta via.

O glorioso martire

Tu m’hai sempre protetto,

Il nome tuo santissimo

Sia sempre benedetto!