Il Podestà Francesco Lancia, detto Ciccio, ancora oggi è ricordato come un uomo severo, tenace e integerrimo, molto legato a Roccaraso ed alla sua crescente attività turistica. Ebbe il coraggio e la lungimiranza di emettere provvedimenti amministrativi impopolari, ma che avevano il proposito di

modificare talune abitudini della cittadinanza, non più consone alla necessità e al dovere di presentare il paese curato in ogni suo aspetto. Inoltre, durante la primavera e l’autunno visitava le più rinomate località dell’arco alpino per rendersi conto di quello che facevano gli altri per accogliere in maniera sempre più qualificata gli ospiti. Quando tornava a Roccaraso adattava agli usi ed alle necessità locali quanto di valido aveva visto.

  

da: Roccaraso, la stagione della neve

di Ugo Del Castello – Michele Biallo Editore, 2003

Il Podestà di Roccaraso durante la sua reggenza adottò alcune ordinanze, tra le quali una per indurre i cittadini a curare l’estetica delle proprie case con la sistemazione delle facciate, un’altra che obbligò i proprietari di animali ovini, bovini, equini e suini a trasferirli durante la stagione estiva fuori dal paese ed elargì loro un contributo per la realizzazione di sistemi di ricovero.

Ma l’atto che destò maggiori preoccupazioni fu l’ordinanza che vietava la circolazione per le strade del paese delle galline. Tenere sempre chiusi quegli animali avrebbe compromesso la loro sopravvivenza con il danno di perdere un elemento essenziale per l’alimentazione della gente. Portarle fuori del paese comportava per ognuno la disponibilità di un terreno vicino ad esso, per consentire in modo agevole la loro cura: gli animali comunque sarebbero stati oggetto degli assalti dei predatori. La gente cercò di mantenerle dov’erano, installando reti di protezione a porte e finestre, ma spesso le galline riuscivano a superare quelle barriere. Razzolavano e sporcavano dovunque ed era impossibile pulire continuamente strade e marciapiedi. La guardia comunale, Adolfo Sabatini, fu incaricata di perseguire i contravventori e con zelo e senso del dovere fece veramente del suo meglio. Spesso quando trovava i pennuti lungo le strade, i vicoli e le piazze, li seguiva fino al rientro nelle stalle per individuare, senza ombra di dubbio, il relativo proprietario. Fioccarono le contravvenzioni da 10 lire ognuna e presto i bilanci familiari, poveri di mezzi in denaro, incominciarono ad accusare preoccupanti difficoltà.

Accadde che le galline di Argia Strizzi, madre di una famiglia numerosa, anche a seguito di un blando controllo, si riversassero inconsapevoli e festose a razzolare lungo la strada, lasciando dovunque maleodoranti escrementi. Due multe furono comminate alla povera donna, la quale si trovò in quel momento in grande difficoltà per assolvere al relativo pagamento. Fu costretta a recarsi alla vicina di casa e dovette faticare per chiedergli un prestito; ma la donna o perché non glielo voleva fare o perché non aveva denaro, gli suggerì, quasi ironicamente: “Domani viene il Principe Umberto, vai a chiedergli se può intervenire sul Podestà per farti eliminare la contravvenzione, visto che hai tanti figli da sfamare”.

Quella notte Argia non dormì. Stretta dalla necessità non riusciva ad immaginare come poteva fare per avvicinare il Principe. Non aveva il coraggio, si vergognava, pensava: “…davanti alla gente, davanti a sconosciuti”. Per tutta la mattinata non combinò nulla e con difficoltà riuscì a preparare il pranzo. Ma proprio durante il pranzo, al cospetto dell’intera famiglia, si rese conto che quel denaro era molto più utile per le loro necessità che per quelle del Comune. Il coraggio arrivò. Era una donna energica, abituata a tanti sacrifici e tutto sommato si rese conto che in fondo il Principe era un uomo come gli altri. Spesso avvicinava i roccolani per chiedergli come stavano e che cosa facessero; spesso prendeva in braccio i loro figli e quindi valeva la pena di chiedergli aiuto.

Il pomeriggio il Principe si recò, come al solito, a fare una passeggiata in paese seguito dalle autorità locali, da alcuni amici e dalle guardie del corpo. C’era anche Francesco Lancia e Argia si accorse che il timore maggiore era nei confronti del Podestà e non del Principe. Spesso egli aveva raccomandato alla popolazione rispetto e soprattutto discrezione nei confronti di Umberto. E’ possibile solo immaginare lo stato d’animo in cui trovava quella donna, soprattutto in relazione al successivo rimprovero che sicuramente gli avrebbe inflitto il Podestà. Trovò il coraggio, si ricordò in un attimo le parole che aveva deciso di pronunciare e dopo un inchino s’inginocchiò e chiese al Principe di intercedere al Podestà per la sua grazia. Si accorse con la coda dell’occhio che il Principe, sorpreso dal fatto, sorrideva quasi divertito. Infatti, non gli era mai capitata una cosa del genere. Egli apprezzò il Podestà per il suo impegno rivolto a presentare Roccaraso in condizioni consone al ruolo che doveva svolgere. Si rese conto che non era facile condurre il paese da una attività pastorale e agricola alla completa attività di ospitalità dei turisti.

La grazia fu concessa. Il Podestà non potè fare a meno di esaudire la richiesta di aiuto; sapeva che quei soldi in quella famiglia servivano. Eccome! Da quel giorno però la gente fu più accorta e incominciò anche a collaborare alla pulizia dei luoghi vicini alle proprie abitazioni. Molti trasferirono i pennuti fuori del paese e nei locali che ospitavano le galline furono impiantate anche delle piccole attività commerciali o di affittacamere.

Il Podestà così diede ordine alla guardia di essere meno severa, in fondo l’obiettivo era stato raggiunto.