Roccaraso e il suo teatro che non c'è più.
Ho ricevuto una e-mail ricca di curiosità sul teatro. Posso qui rispondere pubblicamente che purtroppo sotto quelle maledette macerie del novembre 1943 sono finiti anche i documenti che probabilmente avrebbero soddisfatto non solo le domande del lettore,
ma soprattutto quelle che io mi sono posto. Cercherò sempre, finchè ne avrò la forza, di scoprire anche il più piccolo indizio che mi possa condurre a ricostruire la storia di questo gioiellino che diede lustro al mio paese, anche se, come si legge, alcuni momenti della sua vita non furono propriamente esaltanti. Il teatro era sicuramente il fabbricato più importante che Roccaraso custodiva, segno di una attività culturale che distingueva molti miei concittadini.
A questo proposito e in riferimento all’ultima domanda che il lettore mi rivolge, se quel Luigi Del Castello mi appartenga, rispondo: Certamente e ne sono orgoglioso. E’ mio padre, fabbro.
Ma voglio anche testimoniare a tutti coloro che si dedicarono all'attività teatrale il segno di una stima fervida e sincera.
“Entriamo in Roccaraso dalla parte di ponente e percorriamo in salita la strada principale, fiancheggiata di case, in parte con scale esterne, alcune con balconi di ferro battuto sul fare pescolano, interrotte spesso da vicoli pittoreschi. In fondo troviamo la spianata o piazza che costituisce il punto più importante del paese; a sinistra la chiesa principale; di fronte
Ora, chi direbbe che quel teatro è uno dei più antichi d’Italia e che risale, nientemeno, al 1698?
All’esterno, sotto il cornicione formato con file di coppi riuniti e sovrapposti, in una fascia di pietra che gira nella facciata e nel fianco vòlto a tramontana, si legge in belle lettere questa iscrizione:
DEO OPTIMO MAXIMO - THEATRVM HOC PRAELVCET A FVNDAMENTIS ERECTVM AD ANIMORVM SOLATIVM AC IVVENTVTIS PROFECTVM AD PROPRIAE SOBOLIS COMMODITATEM A PERILLVSTRI BARONE S. IOHANNIS DE MONTEMILIO DOMINO DONATO BERARDINO ANGELONE NEC NON ET AB AGATHA ROSARIA FLORINI EIVS VXORE DIGNISSIMA QVORVM MAGNANIMITATEM SIC MVNDO POSTERIS SVISQVE FAMILIA - RIBVS MONSTRARE CVRAVERVNT. A. D. MENSIS 8BRIS 1698
Dunque Donato Berardino Angeloni barone di Montemiglio e sua moglie Agata Rosaria Florini lo edificarono dalle fondamenta, in quell’anno, a sollazzo delle anime, a profitto della gioventù, a comodità della propria famiglia, e invocato il nome di Dio confessarono che di tanta magnanimità s’aspettavano eterna gratitudine dai posteri.
Ahimè, mette male a frutto le sue azioni e i suoi sentimenti colui che li affida alla riconoscenza dei posteri! I posteri lasciarono andare tutto in malora; e solo la solidità delle mura corrispose alla volontà di Donato Berardino Angeloni e Agata Rosaria.
Pareti sgretolate, selciati rimossi, gradini sgangherati, imposte rotte e cadenti, cortile invaso da animali e da cumuli di legna tagliata, stanze del primo piano ridotte a dimora privata, chiusa e abbrunata dal fumo, vòlte screpolate, vetri rotti…mio Dio, ottimo e massimo, che ruina, che sfacelo, che abbandono! Guai se i coniugi Angeloni vedessero dal mondo di là uno spettacolo simile, essi che con il loro amore dell’arte e al paese, con quel teatro mundo posteris siusque familiaribus manstrare curaverunt.
Solo il piano più alto dell’edificio ha conservato la prima destinazione e serve ancora da teatro, senza però i vecchi banchi e i vecchi scenari e i vecchi palchi compreso il palcoscenico che da ponente è passato a levante!
Io però veggo ancora, rianimo ancora l’abbandonata fabbrica, con le antiche persone, o, meglio, coi loro fantasmi. Veggo salire da Sulmona e dalle parti di Napoli le compagnie comiche col loro carro d’attrezzi e di costumi. E’ il carro di Trespi del Capitan Fracassa o il carro che descrive Filippo Pananti nel Poeta di teatro! Tutto il paese accorre. Il carro entra fragoroso nella vasta androna in fondo al cortile. Poi la compagnia si sbanda per gli alloggi, si rifocilla e riposa in fretta. Alla sera il teatro è invaso dalla folla. Pulcinella trionfa.
Ma non è forse questo il sollazzo degli animi, il profitto dei giovani, la commodità della sobole, voluta o desiderata da Donato Berardino e da Agata Rosaria.
Nell’idea di costoro l’edificio sorse tutto come un’accademia, come un luogo di ritrovo dei cittadini migliori.
L’inverno lassù è interminabile; la neve altissima rende impraticabile la campagna. Dunque, conviene trovare modo di rendere meno noiosa la prigionia radunandosi in molti a piacevoli conversazioni e a divertimenti ragionevoli.
Così pensano i due Angeloni; e poiché il luogo adatto non manca, lo costruiscono.
Nelle stanze del primo piano, al lume dei ceri e più del ceppo che arde nei grandi camini, si recitano sonetti, s’ascoltano elogi, s’improvvisano rime o discussioni, e… magari, mentre si balla dai giovani, si giuoca al tarocco dai vecchi.
Poi nelle occasioni solenni o meglio quando il freddo si rannicchia alle calde ventate d’aprile, si passa di sopra nel teatro vero e proprio, e giovani e vecchi si uniscono a recitar commedie, tragedie, melodrammi. Roba da filodrammatici, capisco, ma, in quei piccoli paesi segregati dal mondo e spesso sepolti sotto enormi coltroni di neve, più utile, più tollerabile, più ragionevole (allora come oggi) che nelle città grandi dove i filodrammatici rappresentano una delle forme più gravi della “deficienza mentale!”.
Quindi, io penso che i due Angeloni, nel loro tempo, facessero cosa veramente ragguardevole; e mi rallegro che la facessero con tanta serietà e solidità da consentire, ora, al Municipio di Roccaraso e al Ministero della Istruzione di mettersi d’accordo nel salvare l’interessante edificio, ciò che presto avverrà essendosi compiuti gli studi e raccolti i denari.
E vorrei pure che qualche studioso abruzzese raccogliesse quanta più storia è possibile intorno ai munificenti coniugi costruttori. I loro nomi appaiono lassù in altri monumenti e in molte carte. Si leggono, ad esempio, in un altare dell’Assunta di Roccaraso, e si sa che Agata Rosaria confermò un lascito, nel 1688, alla stessa chiesa.
Donato Berardino Angeloni e Agata Rosaria Florini
A Quarto San Giovanni, a mezza costa del monte, sorgeva un villaggio in mezzo al quale stava una cappella dedicata al Battista. Un terribile terremoto, uno di quei terremoti che paiono voler mostrare la loro forza scuotendo immense catene di monti, nel dicembre del 1456 rovinò tutto. Il paese fu schiacciato e nessuno pensò a ricostruirlo. Solo nel 1694 il barone Donato Berardino rialzò la cappella consacrata nel giugno dell’anno seguente.
Prima che gli Angeloni, Quarto San Giovanni era stato dei Florini; poi era passato ad Agata dopo una fiera morìa che aveva decimato tutto il napoletano e la famiglia di lei. Così, quando Donato Berardino la sposò, il luogo divenne suo. Egli però ne raccolse dolori mortali per certe liti che dovette sostenere volendo salvare quel feudo mercè il quale aveva titolo di barone.
Un Giambattista Florini competitore, nel 1709 s’abboccò con lui e col figlio Lorenzo. “Ambedue costoro, dice una cronaca inedita, rammentandosi la stretta parentela, lo pregarono voler cedere il feudo promettendogli in compenso mille pecore. Giambattista non volle affatto accondiscendere a tante premure, dicendo che se aveva ragione sul feudo, voleva vedersela, e che in caso contrario non pretendeva niente. Allora Donato Berardino andò a consulta a Sulmona, da dove ritornato, ordinò in casa sua che smorzassero i lumi e chiudessero le porte, perché egli non era più barone, essendogli stato detto dagli avvocati di Sulmona che aveva torto. Fu tale il di lui cordoglio per detta consulta avuta in Sulmona, che subito infermatosi fra cinque giorni se ne morì. Nel breve tempo della sua malattia non voleva munirsi di sacramento, ma dopo molte preghiere dei suoi domestici finalmente s’indusse a prenderli; e il di lui figlio Lorenzo, in ringraziamento a Dio, per detta grazia al di lui padre concessa, andò per il pavimento della casa colla lingua per terra”
Agata Rosaria sopravvisse al marito circa dieci anni e morì il 22 maggio 1718 lasciando parecchi figli e parecchie figlie tra le quali almeno due monache.
Come è facile comprendere, fra tante angosce, sin d’allora le sorti del teatro dovettero languire.
Corrado Ricci, Storico del teatro
I segni di una rinata attività teatrale locale
Nello scorso secolo, dopo i lavori di restauro del teatro eseguiti intorno al 1915, l’attività teatrale rincominciò gradualmente, sia con la sosta delle compagnie teatrali in giro per l’Abruzzo, sia ad opera della gente del paese così come avevano auspicato i coniugi Angeloni. Un concreto interessamento e stimolo partì dal parroco Don Nunzio Angeloni che tanto si adoperò affinché i roccolani rincominciassero a dedicarsi a quella nobile arte.
L’attività partì con non pochi sacrifici, sia per l’acquisto e la sistemazione delle nuove scene e dei costumi, sia per la preparazione dei cittadini che vollero cimentarsi nelle varie recite.
Nel corso degli anni, con lo sviluppo dell’industria dell’ospitalità, l’attività teatrale, oltre a rendere meno noiosi gli inverni ai cittadini, pian piano costituì un valido e forse unico esempio in Italia di offerta turistica volta a fornire un momento di intrattenimento qualificato alle rigide serate degli sciatori ospiti degli alberghi e delle case private, nonchè ai turisti che soggiornavano d’estate nella tranquillità dei nostri altopiani.
L’attività teatrale continuò fino all’inizio dell’ultimo Conflitto Mondiale, quando il teatro di Roccaraso e tutto il paese furono distrutti dalle mine fatte brillare a fine novembre del 1943 dall’esercito tedesco, attestato sul valico di Roccaraso, al centro della Linea Gustav.
Lettera indirizzata dal Presidente Alberto Silvestri, con il visto del Parroco Don Tito Mancini, a Luigi Del Castello.
Parrocchia di S. Maria Assunta Associazione di Gioventù di Azione Cattolica “S. Ippolito”
I soci di questa Associazione, riuniti in Adunanza plenaria la sera del 28 corrente, ti esprimono a mio mezzo i sensi della loro riconoscenza per il valido contributo da te dato alla costituzione della Sezione Filodrammatica ed alla riuscita delle recite fatte il giorno 11 ed il 18 u.s.
Sicuri inoltre che tu vorrai continuare in questa opera di affettuosa solidarietà, hanno deliberato di nominarti, della Sezione Filodrammatica stessa Direttore Artistico, lasciando pienamente a te la scelta degli elementi adatti per la recitazione e tutto quello che concerne la messa in scena dei lavori da eseguire.
Con cari saluti.
Roccaraso, 30 dicembre 1938 (XVI) Alberto Silvestri
Lettera di risposta di Luigi Del Castello
Ringrazio vivamente insieme a tutti i soci per il pensiero avuto e accetto con il cuore il posto assegnatomi. Farò tutto ciò che per me sarà possibile per portare in alto questa Filodrammatica.
Ti farai interprete dei miei sentimenti porgendo i ringraziamenti al nostro caro Parroco che tanto si prodiga per il nostro bene e per quello del nostro paese.
Distinti saluti.
Roccaraso, 2 gennaio 1939 (XVII) Luigi Del Castello
Un manifestino conservato da Luigi Del Castello annuncia la rappresentazione teatrale che si svolge però in altro luogo per consentire così al folto pubblico, composto da molti turisti, di poter assistere.
Il giorno 26 gennaio 1939 (XVII) alle ore 20 precise nel Cinema – Teatro Imperiale
il Gruppo Filodrammatico rappresenterà
ALI SPEZZATE
Grande dramma in tre atti di G.Lauteri
Personaggi:
Paolo Landi, padre di Di Cola Giovanni
Enzo Landi e Piero Landi - fratelli Silvestri Alberto
Gualdi, scrittore Del Castello Luigi
Maestro Romeo Del Castello Isacco
Luigi, servo Del Castello Tommaso
Seguirà la brillantissima farsa in un atto
GIOVANNINO PERMALOSO
Attori: Raffaele Della Monica – Tommaso Del Castello
Achille D’Alessio – Guglielmo Di Cola – Domizio Strizzi