Breve origine di Roccaraso e della sua parrocchia
dal libro di Francesco Sabatini
LA REGIONE degli ALTOPIANI MAGGIORI d’ABRUZZO
Sigla Effe Genova, 1960 – pag. 174.
ROCCARASO (Rocca del Ràsino: nei documenti Rocca Rasini o Rasuli, Rocca de lu Rasu)
risultò dall’insediamento di un gruppo di coloni, chiamati nelle terre della chiesa di santa Maria di Cinquemiglia e raccoltisi sullo sperone di monte che da secoli era stato certamente occupato per il controllo dell’importantissimo valico meridionale della regione degli altopiani, chiamata successivamente Altopiani Maggiori d’Abruzzo.
Alla chiesa di santa Maria di Cinquemiglia situata sulla riva Nord del fiume Sangro e protetta dalla minacciosa Roccacinquemiglia i monaci Volturnensi avevano affiancato una cella monastica: ne era nato un nuovo organismo, autonomo già dal principio del secolo XII e poco più tardi rigogliosa badia. La terra di Roccaraso, sorta verso la fine del secolo, XI fu posseduta dal monastero di santa Maria per “donazione” (ma in realtà per “restituzione”, poiché il territorio era in origine proprietà dei Volturnensi) di Oderisio di Sangro e dei suoi figli Berardo e Gentile.
Roccaraso raggiunse la sua autonomia amministrativa con il riconoscimento dell’Universitas civium nel 1316; in quegli anni già raggiunta da Castel di Sangro nel 1275 e successivamente da Pescocostanzo nel 1372. Roccaraso in quell'anno aveva già un suo syndicus (non sappiamo se ancora temporaneo procuratore o già eletto ad una carica stabile).
Il monastero di santa Maria di Cinquemiglia, indebolito dall’ingerenza del vescovo valvense (che, nel 1299, ne aveva ottenuto da Bonifacio VIII l’assoggettamento) e corroso dalle usurpazioni dei beni, nei primi anni del XIV secolo si avviava già alla decadenza: pensò l’Università di Roccaraso che fosse quello il momento di avanzare una giusta richiesta. L’11 agosto del 1316 il vescovo Landolfo, in visita pastorale presso il monastero di Cinquemiglia, ricevette un’ambasceria: Thomas de Gazaria, soprannominato Laydus Syndicus dell’Università di Roccaraso, e Perronus e Nicolaus, clerici del paese, chiedevano che la cura delle anime degli abitanti di Roccaraso, affidata ab ipsius Roccae primario statu ai religiosi del monastero, fosse trasferita in una chiesa del paese, poiché era insopportabile che nati da battezzare e morti da seppellire fossero trasportati dal paese al monastero per tria milliaria et ultra, per un cammino montanum et obviosum, asperum frigoris mundagnarum (sic) et imbrium innundatione, maxime inverno tempore periculosum ecc. Il vescovo concesse l’istituzione del fonte battesimale e del cimitero nella chiesa di san Nicola in paese, e fissò anche la ripartizione dei tributi tra il clero locale e la chiesa di santa Maria di Cinquemiglia, che avrebbe conservato la funzione di matrix et plebs. Siamo davanti ad uno dei tipici atti di emancipazione (anche se graduale) delle cappelle rurali dalla pieve centrale, fenomeno caratteristico della piena età comunale, ma non frequente nelle terre meridionali. Particolare notevole: il syndicus di Roccaraso prestava, per il rispetto dei patti, una garanzia di 100 once d’oro, fatto che rivela l’incipiente formazione di una cassa comune.
Dopo il 1316, il clero di Roccaraso fu sottoposto direttamente alla giurisdizione del vescovo valvense, al quale pagò le sue decime e dal quale ricevette le periodiche visite pastorali. Nel 1356 il vescovo Francesco de Silanis visitò le due chiese del luogo, san Nicola e sant’Ippolito, trovando però gravi deficienze del clero: i quattro sacerdoti, Amico, Alessandro, Oddone e Pietro, ignoravano gli articoli di fede e si dedicavano, peraltro, al commercio di bestiame.
La chiesa di san Nicola e la statua del santo. La chiesa si trovava dentro la Terra Vecchia. Nel 1906 fu visitata dalla Regina Elena di Montenegro, che venne a Roccaraso con i figli Jolanda, Mafalda e Umberto di Savoia.
Dopo il tremendo terremoto del 1456 sul pendio settentrionale del “Colle” che degrada verso l’altopiano e la strada che scende a Castel di Sangro, sorse il nuovo quartiere che aveva un carattere ben diverso dall’antico agglomerato di casette serrate dentro le mura e tra la roccia della “Terra Vecchia”. Questa parte dell’abitato, sorta in primo tempo come “borgo” (così è denominata nei Capitoli del 1555-69), finì per diventare, nel secolo XVII, la parte centrale del nuovo paese, con strade più spaziose e regolari, una chiesa di notevoli proporzioni e qualche edificio nobiliare.
La chiesa parrocchiale, dedicata a santa Maria Assunta, sorgeva sul piazzale che si apre davanti alla porta settentrionale della rocca e proprio a fronte della torre trecentesca, ma non fu parrocchiale fin dalla sua origine, che rimonta forse alla prima metà del secolo XVI. Sappiamo, infatti, che nel 1316, quando ebbe inizio il distacco della parrocchia di Roccaraso dalla pieve di santa Maria di Cinquemiglia, le funzioni essenziali per la cura delle anime furono assegnate alla chiesa di sant’Ippolito; solo nel 1590 la nuova chiesa, sorta in sito più centrale e dominante, ebbe il titolo di parrocchia e nel 1635 quello di “Ricettizia”.
Ai primi anni del Seicento la chiesa di santa Maria Assunta, forse attraverso successivi ampliamenti, aveva raggiunto la struttura definitiva, a tre navi separate da colonne in pietra su cui posavano tre arcate a tutto tondo; la copertura delle tre navi era ottenuta con volte a botte di costruzione settecentesca. La chiesa aveva 9 altari nel 1588 e 15 nel 1630, ma alcuni, posticci, furono poi demoliti; ne restarono, in definitiva 11, quasi tutti costruiti nei secoli XVII e XVIII, in marmi policromi intarsiati, opera, quasi certamente, dei raffinati
mormoratori di Pescocostanzo. Nella chiesa erano raccolte anche pregevoli opere in legno scolpito: il pulpito, addossato a una colonna della nave maggiore, era di elegante fattura cinquecentesca e mostrava precise affinità con quello della Collegiata di Pescocostanzo; il fonte battesimale era composto di due parti di epoca diversa: sobrio e massiccio il corpo centrale (sec. XVI), fantastico e barocco il coronamento a guisa di tempietto (rassomigliante al grande ciborio della chiesa di san Giovanni di Castel di Sangro); una magnifica scultura in legno policromo era la statua di san Sebastiano, datata al 1560 e attribuibile alla scuola del celebre Silvestro di Giacomo da
Sulmona, detto l’Ariscola. Il busto argenteo di sant’Ippolito, unico pezzo tuttora conservato, è una pregevole opera di oreficeria napoletana: fu un dono munifico largito nel 1688 dal barone Donato Berardino Angeloni.
La facciata della chiesa, edificata in epoca certamente barocca e rimaneggiata forse dopo i terremoti del 1703 e del 1706, aveva un corpo centrale avanzato su due ali laterali e contornato a timpano: quattro pilastri in pietra da tagli, sormontati da capitelli corinzi, fungevano da lesene di riquadramento. Un portale in pietra si apriva nel corpo centrale e tre finestroni ad arco tondo davano luce alle tre navate interne.
La chiesa fu distrutta dai genieri dell’esercito tedesco nel novembre del 1943.