Vito Taccone, ciclista e scalatore sopraffino dal carattere spigoloso
 
Così Sergio Zavoli ha ricordato Vito Taccone il giorno della sua morte. Mi disse: “Io non sono un corridore, sono un lupo affamato. La lepre, il camoscio, la gazzella, sono immagini eleganti, vanno bene per Fausto Coppi: io la strada devo mangiarla, divorarla, a volte anche vomitarla per la grande fatica”.
Vito Taccone, scalatore sopraffino dal carattere spigoloso. La prima dote la rivelò a modo suo a ventuno anni vincendo il Giro di Lombardia, esaltandosi sul “Muro di Sormanno”, una salita leggendaria tra gli appassionati di ciclismo per la sua difficoltà, come quelle di Grammont e Huy in Belgio. Fu inserita da Vincenzo Torriani nel 1961, 1962 e 1963 in quella corsa e molti professionisti furono costretti a scendere dalla bicicletta e proseguire a piedi. Ha una pendenza media del 17% con punte del 25% e si trova tra le montagne sul lato occidentale del Lago di Como. Taccone, poi, nel 1963, al Giro d’Italia, sulle Alpi, vinse cinque tappe in salita di cui quattro consecutive, fu un trionfo. La seconda “dote” la espresse ancora al suo meglio durante il Tour de France del 1964, dove venne accusato di aver causato diverse cadute negli arrivi in volata per i suoi scatti scomposti e la tensione con gli atleti culminò in una scazzottata con il corridore spagnolo Fernando Manzaneque. Da allora rifiutò di prendere parte alle successive edizioni della corsa.
Ma c’è un’altra dote che emerse in tutta la sua forza: la dialettica, quella verace ed imprevedibilmente sincera di abruzzese, che lo rese protagonista indiscusso del Processo alla Tappa di Sergio Zavoli, dove il corridore-artista più scapestrato, meno convenzionale fu lui, Vito Taccone. Il suo “amore” per il tubo catodico, spesso corrisposto, portò anche alla leggenda che, in salita si scatenasse proprio quando si apriva il collegamento televisivo. In quelle occasioni Taccone svolgeva il ruolo di capitano e Zavoli quello del gregario. Il giornalista preparava con la sua abilità il percorso del Processo, tirava la volata e lanciava il corridore in un altro appassionante percorso, un saliscendi entusiasmante, con vertici dialettici da Gran Premio della Montagna di prima categoria, che mettevano in fila migliaia di italiani ancora incollati davanti alla TV dopo la tappa, per riviverla in un altro modo, il modo di dire e spesso di fare, si perché era una recita in “corsa” quella di Vito Taccone. Con gli altri corridori il Processo tornava in pianura, diventava una tappa di trasferimento, anche con i campioni, vincitore della tappa e Maglia Rosa compresa.
Maurizio Galli lo ricorda così in un articolo scritto qualche giorno dopo la sua morte: Taccone non era un ciclista normale, giocava d’azzardo, sempre. Dichiarava la vittoria il giorno prima della gara, come se corresse da solo, senza preoccuparsi degli altri cento e passa corridori. Anquetil, Poulidor, Balmamion, Gimondi, Bitossi, che si chiamassero come gli pareva a loro, per Vito Taccone prima di ogni corsa vi era un solo favorito per la vittoria, lui. E se non riusciva era per colpa di qualcosa, di qualcuno ma non sua, lui comunque ci aveva provato, di sicuro. Se la strada saliva, anche se era un cavalcavia, lui partiva, si metteva in testa al gruppo, quasi a sperare che l’asfalto non si ripianasse più. Una salita infinita, così dovevano essere le corse fatte per Vito Taccone. Adesso starei qui a scrivere di altro, dei mille successi, dei Tour e dei Giri vinti, e invece poco o nulla nel palmares, a voi giudicare; ma quella dell’abruzzese fu una storia personale scritta indelebilmente a fianco a quella dei grandi del ciclismo del suo tempo, e provateci voi ad essere ricordati così, senza essere stati il migliore.
Dopo l’entusiasmante Giro d’Italia del 1963, quello del 1964 omaggiò il corridore abruzzese della tappa di Roccaraso, proveniente da San Benedetto del Tronto. Ma non doveva essere quella la tappa della sua terra, nella terra di uno dei migliori scalatori. A Roccaraso ci sarebbe dovuto arrivare passando per le salite del Macerone, della Vandra e di Roccaraso. Quella sì che sarebbe stato un omaggio alla sua classe per stimolarlo nella sua giusta dimensione. Ma quell’anno il Giro in Abruzzo passò in discesa, verso il Sud. E allora che fare? Ci pensò il caro amico Alberto Olivieri. Dopo la presentazione del Giro scrisse a Vincenzo Torriani, che aveva anche un debole per Roccaraso, per il suo amico Camillo Redaelli, milanese, ma roccolano da tanti anni e sindaco della località turistica, vicina a Introdacqua, luogo di origine della moglie dell’organizzatore del Giro. Alberto suggerì di allungare la tappa, di farla passare sulle montagne che da Popoli salgono al margine Est della Conca del Fucino, terra del “Camoscio”, per salire ancora al Passo del Diavolo, verso Pescasseroli, attraversare il Parco Nazionale d’Abruzzo e condurre finalmente i corridori a salire verso Roccaraso e ancora su fin sotto il trampolino di salto; invece che sul Viale Roma, dove nel 1953 tagliò il traguardo in volata vittorioso Fausto Coppi; nella identica tappa che arrivò da San Benedetto, salendo invece da Sulmona. Se si consultano i riferimenti dei vari Giri d’Italia si capisce perché la tappa del 1952 era lunga 171 Km, mentre quella del 1964 ne contò 257.
Prima della partenza del Giro d’Italia Taccone seppe della modifica del percorso, salì in macchina con un amico e arrivò a Roccaraso seguendo il nuovo tratto della tappa. Incontrò Alberto Olivieri e affettuosamente si intrattenne con lui sul luogo del traguardo. Le foto che vedete testimoniano l’incontro.
Arrivò il giorno della tappa San Benedetto del Tronto-Roccaraso e purtroppo, proprio mentre il Giro si trovava sulle montagne marsicane, arrivò a Taccone la notizia di un incidente sul lavoro capitato proprio in quei momenti al fratello, che cadde da un palo della luce mentre faceva il guardafili. Taccone perse le giuste forze che lo stavano aiutando ad esaltare gli spettatori con i suoi continui scatti in testa al gruppo. Perse la giusta concentrazione, ma da vero professionista arrivò a Roccaraso. Quarto. Vinse la tappa il bega Walter Boucquet. Maglia Rosa ancora Jaques Anquetil.
E pensare che il tifo di qualche migliaio di spettatori in quel giorno raggiunse toni esaltanti, inimmaginabili. Sull’ultima salita, dentro Roccaraso qualcuno scrisse in dialetto e in bianco sul nero asfalto: Taccò, strascina Achetil pe li chepill’. Che significa? Taccone, strascina Anquetil per i capelli.
Ancora una volta lui ce la mise tutta per farlo, ma la fortuna non l’aiutò.