Addio treno della civiltà
Sono le ore 16 del 10 dicembre e "l'ora segnata dal destino batte sul cielo delle nostre montagne". Il carro di ferro s’inerpica per l’ultima volta da Sulmona verso gli Altopiani per scendere a Castel di Sangro. E’ l’ultimo viaggio, il primo risale al 18 settembre del 1897. L’erede di quella vaporiera supererà Pettorano sul Gizio e il tratto più erto, appena dopo. Poi con dolcezza, recuperate le forze, si insinuerà più veloce sotto i contrafforti della Maiella. Durante quel primo percorso allungherà lo sguardo sulla Valle Peligna e credo che il macchinista spingerà sul pulsante del fischio con più energia, un po’ più a lungo per l'ultimo saluto, ma poi sfiduciato e deluso lascerà che la mano allenti la sua forza e si ripromette di ripetere il gesto solo ad ogni stazione della simbolica Via Crucis. Cansano e Campo di Giove sono i due paesi dove un tempo le grandi nevicate lo incominciavano a mettere in difficoltà, ma carico di skiatori sbuffava, ansimava e fischiando allegro e soddisfatto guadagnava sicuro la lunga galleria che immette sugli Altopiani. La scoperta delle stazioni di Palena e di Rivisondoli, la più alta della tratta e la seconda in Italia per altezza dopo quella del Brennero, poi quella di Roccaraso, conferiva ai viaggiatori la gioia di un percorso affascinante e rilassante. Il colore e l’odore delle stagioni, misti a quello del fumo acre e
voluttuoso, erano i capisaldi di un documentario vissuto in diretta; il verde intenso della primavera lambito dalle sinuose onde di effimeri laghetti contornati e profumati di bianchi narcisi apparsi come per incanto con lo scioglimento delle nevi, mentre le mucche sparse in ogni dove producono latte col sapore di cipollina; l’erba ingiallita e bruciata dal solleone appare pettinata dalle falciatrici e poi raccolta in mille e mille giganti mattoni di fieno che vengono allineati come le compagnie dei soldati di ventura che un tempo attraversarono il famigerato Piano delle Cinquemiglia; e poi l’autunno con suoi variopinti colori che inebriano la vista allungata sul naso che protesta al forte e sconvenevole odore dello sterco sparso sui campi in attesa delle piogge per concimare ogni zolla; l’inverno, col candore della neve che ovatta ogni piega e il sole posto di sbieco che si diverte a disegnare l’ombra bucata dei vagoni che corrono in mezzo ai piani stesi a nord o mille e mille fiocchi che soffiati dalla tramontana disegnano strane figure vorticose. E poi quel treno oltrepassa i “Dieci ponti” distrutti dai tedeschi nel 1943: a nord la ferrovia si salvò perché usata dai soldati, a sud fu distrutta e le traversine di legno furono usate per i ricoveri in montagna costruiti a difesa della Linea Gustav. Il carro di ferro scende giù, sempre più giù, all’ombra di mille e mille faggi giganteschi che si alternano a brevi gallerie che all’uscita lasciano intravedere la valle del Sangro, dominata dal castello eretto a quota 1090, dove i Canadesi alla fine del 1943 posero fine al martirio germanico su quei luoghi. E poi ancora avanti, verso il Molise, lungo un percorso profumato dal tartufo, dove il ricco e stimolante tubero lo puoi gustare dovunque.
Su questa ferrovia, la ferrovia del Barone di Roccaraso, che nulla ha da invidiare a quella della Val Venosta, a quella del Bernina e a tante altre che trovandosi in difficoltà sono state riconvertite in tratte turistiche, oggi scenderà il sipario dell’oblio. L’inettitudine delle forze politiche ha decretato la sua fine. Oggi su quell’ultimo treno i viaggiatori che si sono raccolti a Sulmona per condurlo nell’Aldilà ascolteranno la Messa da requiem di Mozart e sono certo che dall’alto scenderanno mille e mille lacrime dell’On. Giuseppe Andrea Angeloni, che nell’800 fu il promotore della sua costruzione e oggi sicuramente sarebbe stato con la sua intelligenza e la sua forza politica nuovamente promotore della riconversione turistica di una delle tratte ferroviarie più belle d’Italia.Ci si chiede come è possibile rilanciare l’attività di ospitalità su queste montagne, soprattutto durante le stagioni di mezzo. Soluzione impossibile, perché la miopia alberga in ogni paese posto lungo la tratta ferroviaria, in ogni angolo di strada. Disarmante miopia, affiancata pure da una incipiente presbiopia, quella che lascia intravedere solo il cemento, il ferro e i mattoni della speculazione edilizia.
Chi è colpa del suo mal pianga se stesso.
da: Roccaraso, due solchi sulla neve lunghi 100’anni
di Ugo Del Castello – Paolo de Siena editore, Pescara 2010
il treno – anno 1897, arriva il carro di ferro
Io c’ero. Alle dieci del mattino di quel 18 settembre alla stazione di Rocccaraso,
nuova ed elegante, tipico esempio di architettura ferroviaria dell’Ottocento; ero lì munito del taccuino e la matita del cronista. Per l’evento avevo indossato l’abito nero della festa, per una grande festa, epocale, disegnata da bandiere tricolori e coccarde azzurre appese dappertutto: alle finestre delle case, quelle affacciate sul dirupo della Terra Vecchia sopra la ferrovia, alla torre dell’orologio, lungo la strada principale che scendeva dal paese e sugli alberi che l’affiancavano fin verso la stazione. Ero con la gente della mia Roccaraso, quella delle grandi occasioni, che a quell’epoca però non andavano oltre la festa del patrono Sant’Ippolito, caratterizzata da abiti profumati di pulito, stirati con il ferro messo a scaldare sul fuoco della furnacella, l’antica cucina economica. Le donne erano assiepate in un angolo della stazione, pronte ad intonare una canzone di augurio, tutte rigorosamente vestite di nero, con la sola camicetta bianca, un fazzolettone sulla testa legato ai capelli cona grossa spicca e davanti, penzolante, il senale, un elegante grembiule verde come l’erba dei prati che ci circondano, ricamato con i fiori multicolori che a primavera li ricoprono.
nuova ed elegante, tipico esempio di architettura ferroviaria dell’Ottocento; ero lì munito del taccuino e la matita del cronista. Per l’evento avevo indossato l’abito nero della festa, per una grande festa, epocale, disegnata da bandiere tricolori e coccarde azzurre appese dappertutto: alle finestre delle case, quelle affacciate sul dirupo della Terra Vecchia sopra la ferrovia, alla torre dell’orologio, lungo la strada principale che scendeva dal paese e sugli alberi che l’affiancavano fin verso la stazione. Ero con la gente della mia Roccaraso, quella delle grandi occasioni, che a quell’epoca però non andavano oltre la festa del patrono Sant’Ippolito, caratterizzata da abiti profumati di pulito, stirati con il ferro messo a scaldare sul fuoco della furnacella, l’antica cucina economica. Le donne erano assiepate in un angolo della stazione, pronte ad intonare una canzone di augurio, tutte rigorosamente vestite di nero, con la sola camicetta bianca, un fazzolettone sulla testa legato ai capelli cona grossa spicca e davanti, penzolante, il senale, un elegante grembiule verde come l’erba dei prati che ci circondano, ricamato con i fiori multicolori che a primavera li ricoprono.
C’era il sindaco, l’avvocato Berardino Giancola; c’era il dottore roccolano Giuseppe Marcone, esimio professore alla facoltà di Veterinaria di Pisa; c’era l’oratore ufficiale, il commendatore Nicola Falconi di Capracotta, deputato al parlamento; c’era la banda lillipuziana di Roccaraso, che il maestro non riusciva a tenere ferma e in silenzio aspettando di intonare la Marcia Reale; c’erano le altre illustri personalità civili e militari e altre ancore ne avrebbe scaricate quel treno inaugurale, partito da Castellammare Adriatico per Isernia. Perché qui, nella stazione di Roccaraso, si sarebbe tenuto il discorso ufficiale. Non poteva essere altrimenti.Un brusio sommesso riempiva l’aria frizzante di quel giorno di fine estate e il sole, di un giallo sfumato e inclinato nel cielo azzurro, allungava sempre più i raggi sui nuovi e lucenti binari della ferrovia, sferzando gli occhi di chi cercava la vaporiera all’orizzonte. Ma più dello sguardo, all’erta erano le orecchie, per cogliere il primo fischio sibilante, sicuramente pronunciato all’uscita della galleria che si affaccia sulla discesa del Prato.
Ma tutti, più del treno, cercavano qualcuno: per abbracciarlo, farlo accomodare al posto d’onore, ringraziarlo per aver portato su queste montagne il carro di ferro del nuovo mondo. Ma quell’uomo, nato nel lontano 25 febbraio 1826, al civico dodici di via del Colle da donna Diletta Tatozzi e don Girolamo non c’era più, si era spento qualche anno prima, il 30 dicembre 1891. Quell’uomo si
chiamava Giuseppe Andrea Angeloni. Era stato deputato al Parlamento per ventisei anni e anche sottosegretario del ministero dei Lavori pubblici. Ma soprattutto era stato il tenace sostenitore della costruzione delle linee ferroviarie abruzzesi, in particolare di quella che ancora oggi attraversa la sua terra e il suo paese. Mai avrebbe pensato che quel treno avrebbe portato una ricchezza diversa da quella immaginata nel suo progetto. Certo, aveva in mente di far uscire quella terra dall’isolamento atavico, pensava al miglioramento delle attività legate alla pastorizia, ma mai avrebbe immaginato che la svolta sarebbe arrivata dalla neve, matrigna d’inverno fino a quei giorni. Eppure di lì a poco, una moltitudine di assi cornuti avrebbe cominciato a tracciare sulla coltre bianca solchi dritti o virati, segno di una nuova epoca, quella sciistica, legata indissolubilmente al turismo.
chiamava Giuseppe Andrea Angeloni. Era stato deputato al Parlamento per ventisei anni e anche sottosegretario del ministero dei Lavori pubblici. Ma soprattutto era stato il tenace sostenitore della costruzione delle linee ferroviarie abruzzesi, in particolare di quella che ancora oggi attraversa la sua terra e il suo paese. Mai avrebbe pensato che quel treno avrebbe portato una ricchezza diversa da quella immaginata nel suo progetto. Certo, aveva in mente di far uscire quella terra dall’isolamento atavico, pensava al miglioramento delle attività legate alla pastorizia, ma mai avrebbe immaginato che la svolta sarebbe arrivata dalla neve, matrigna d’inverno fino a quei giorni. Eppure di lì a poco, una moltitudine di assi cornuti avrebbe cominciato a tracciare sulla coltre bianca solchi dritti o virati, segno di una nuova epoca, quella sciistica, legata indissolubilmente al turismo.Tante persone fino ad allora attraversavano il Valico di Roccaraso e gli Altopiani sfidando le bufere e addirittura l’assalto dei briganti. Ma da quel 18 settembre 1897, piano piano, i primi viaggiatori alla scoperta dell’Abruzzo sarebbero arrivati fin quassù, prima ospiti nelle case patrizie, poi nei primi alberghi che già all’inizio del ‘900 sorgevano lungo viale Roma. Quante persone scaricò quel treno per fare di Roccaraso una delle prime località della montagna italiana.
Insomma, se il barone Angeloni fosse vissuto ancora un po’ sarebbe stato ben orgoglioso di aver portato fin quassù quel carro di ferro che sferzava l’aria col suo fischio e che annunciava ogni giorno l’arrivo di turisti e sciatori. E con loro il benessere per la sua gente.
Giuseppe Andrea Angeloni è stato certamente l’uomo più importante nato a Roccaraso. Io ricordo, come se fosse oggi, grazie al suo impegno, apparire in fondo a quelle due linee parallele e luccicanti la sagoma nera del treno, sbuffante, con due bandiere sabaude incrociate davanti al muso sorridente, mentre fischiava una musica nuova.Un musica tanto nuova mai udita prima di allora in paese e tantomeno nel teatro di Roccaraso, da quando un altro Angeloni, Donato Berardino, lo fece costruire nel 1698 …ad animorum solatium ac iuventutis profectum ad propriae sobolis commoditatem… e cioè a sollazzo delle anime, a profitto della gioventù, a comodità della propria famiglia (come recitava l’epigrafe all’ingresso del teatro, oggi in parte conservata in forma di stele, davanti alla chiesa Madre).

Il treno della neve. (Lucio Trojano)