Lo sapevate che…

 
Venerdì 9 settembre sono stato a Palazzo Valentini, sede della Provincia di Roma, per l’inaugurazione della mostra delle fotografie di Tony Vaccaro sulle torri gemelle di New York, organizzata per l’istituzione capitolina dal Prof. Umberto Gentiloni.
E’ stata, innanzi tutto l’occasione per riabbracciare Tony - dopo l’interessante excursus di qualche ora americana trascorsa con lui al ristorante e nello scantinato della sua casa, da dove ne sono uscito con l’omaggio della foto del luogo dove il Beato Angelico dipingeva - ma soprattutto per assistere a un evento la cui attualità è stata sancita in maniera encomiabile in quel luogo di cultura, qual'è la Domus della Provincia.
Alle 19 precise Tony è apparso sotto il portone d’ingresso in perfetta forma e i suoi 89 anni erano appena annebbiati dall’inevitabile jet lag che segna per qualche giorno la vita di chi oltrepassa l’oceano. Mi sono affrettato a salutarlo, ha sorriso ed è rimasto contento per la mia presenza. Devo essergli rimasto proprio simpatico e credo che in buona parte mi ha aiutato il libro dei 100’anni dello sci che gli ho regalato e che: “conservo tra le mie cose più care”, mi affermò, indicandolo nello scaffale del salotto della casa newyorkese. Poi ha continuato: “Verrò, cercherò di passare per la tua Roccaraso nei prossimi giorni, quando andrò a salutare la mia Bonefro”. Nel frattempo è arrivato il Prof. Gentiloni e il Presidente della Provincia Nicola Zingaretti che lo hanno salutato, li ho salutati e così abbiamo intrattenuto alcune impressioni di circostanza.
Lo sapevate che…? Adesso ve lo racconto, così come lo ha raccontato agli astanti Tony, tra il silenzio assoluto, durante la presentazione della mostra.
Verso la fine degli anni ’50 nel Queens Tony fu ospite a cena di un architetto finlandese e al termine, uscendo di casa l’architetto salutò in suo dirimpettaio, un altro architetto americano, ma di origine giapponese. Lo presentò a Tony e il suo nome è Minoru Yamasaki. L’architetto apprese le origini italiane di Tony e la sua fama di fotografo ed essendo a sua volta appassionato della nostra cultura e della nostra arte, lo invitò a cena in un giorno successivo. Da quella cena scaturì una profonda amicizia tra i due che si consolidò quando Yamasaki venne in Italia, dove Tony si era trasferito per la rivista Life, e insieme compirono un viaggio per consolidare, attraverso la conoscenza diretta, l’architettura delle nostre antiche città.
Nel frattempo Yamasaki era stato contattato dal magnate della finanza americana John Davison Rockefeller, presidente di una cordata di finanzieri, per concretizzare l’idea di costruire a Manhattan il più alto grattacielo del mondo e suggellare così il simbolo della grandezza americana. Ma l’architetto prese tempo, perché secondo lui l’idea del più “alto” grattacielo del mondo non avrebbe raggiunto lo scopo desiderato, in quanto, sicuramente qualcun altro ne avrebbe costruito uno un palmo più alto. E poi, quella punta a campanile prospettata aveva compiuto il suo tempo, “roba da anni ‘30”, affermò Yamasaki.
A Venezia i due, con le rispettive famiglie, si fermarono a consumare un caffè in un bar di fronte al Palazzo dei Dogi e Yamasaki era seduto di spalle al palazzo, quando la figlia gli fece notare la sequenza delle colonne del porticato che ne sorreggevano ognuna altre tre più piccole. Qualcosa incominciò a balenare nella testa del giapponese e quel motivo doveva diventare il segno architettonico del grattacielo più alto di New York, ma non bastava, a lui, quel “più alto” non diceva proprio nulla, sì, sarebbe arrivato molto in alto, ma non bastava, ci voleva altro. Il viaggio proseguì per Milano, Firenze, Siena, Roma e Napoli, ma passati per San Gimignano l’immagine delle sue torri folgorò Yamasaki. Però non restò colpito da quella più alta, furono le due più piccole e gemelle a fargli chiudere il conto con Rockefeller: due grattacieli a pianta quadrata e proiettati per 417 metri e 110 piani nel cielo, che alla base avevano tanti pilasti dai quali, dopo una certa altezza ne sarebbero sorti tre per ognuno e per quanti ne fossero stati necessari a cingere il perimetro dei due lineari fabbricati.
Tony ha fotografato la storia delle Torri gemelle, dalla idea di Yamasaky, alla nascita, alle immagini mattutine o notturne, dagli scorci più suggestivi di New York, ma mai avrebbe immaginato di doverle fotografare durante la loro tragica morte e con loro quella di tanti innocenti.
Oggi è l’11 settembre e ricordo, come tanti di voi, di aver assistito a quel dramma; io ero davanti al grande schermo della sala consiliare del municipio dove quelle tragiche immagini di agonia e di morte apparivano nella loro infinita grandezza. Nel 1991 ero salito sulla torre nord e a distanza di venti anni, questa estate, sono tornato in quel luogo. Beh! Sfido ognuno di voi a non restare a guardare il vuoto senza che neppure una lacrima scenda sul volto emozionato e commosso. A me è accaduto così e ne sono rammaricato e contento nello stesso istante. Ma sono fiducioso di poter tornare in quel posto, sacro per la vita degli uomini, perché vorrei visitare ciò che centinaia di uomini stanno ricostruendo: le due grandi vasche di acqua che occupano il perimetro delle due torri, dove da oggi sgorga perennemente l’acqua che si perde in un grande foro centrale, circondate da quattrocento piante prelevate nei boschi della Pennsylvania dove cadde l’aereo United del volo n. 93; il mausoleo dedicato alle vittime, dove è illuminato il simbolo veneziano delle torri di Yamasaki; la stazione della metropolitana, che con il tetto dall’architettura particolare e orientato verso il sole, dove proprio il giorno dell’11 settembre lascerà passare un raggio di luce che illuminerà l’interno a ricordo di quello che accadde nel 2001. E poi l’automezzo dei pompieri della stazione n. 3 che per primo giunse in soccorso, fu recuperato, conservato in un hangar dell’aeroporto Kennedy, restaurato e collocato sotto il mausoleo per ricordare il sacrificio dei tanti vigili del fuoco finiti tra quelle orrende macerie.
Questa non è una delle storie della mia Roccaraso, ma la storia di un roccolano che si diletta a scrivere le sue emozioni vissute per aver frequentato personaggi straordinari, molti dei quali conosciuti attraverso la divulgazione della storia di questo paese. Sono contento di tutto ciò. La mia vita, il mio spirito si sono arricchiti di soddisfazioni ricorrenti e gratificanti. Ma non mi basta: spero di averne molte di più.