Questa mattina nell’auditorium dell’Istituto Alberghiero di Stato di Roccaraso sono stati celebrati i cinquant’anni di attività d’insegnamento e l’istituto è stato intitolato al suo promotore Mons. Edmondo De Panfilis.

Ottobre 1946. Don Edmondo celebra la sua prima messa a Roccaraso.

Alla fine degli anni cinquanta, quando in paese si stava ultimando l’opera di ricostruzione dalla distruzione bellica e si doveva trovare una forza necessaria a qualificare la sua attività di ospitalità, sorta agli inizi del secolo con la costruzione del primo albergo e umiliata dalla guerra, l’intelligenza e la lungimiranza del nostro parroco fecero si che si compisse il suo disegno che doveva trovare, attraverso l’attività scolastica, la formazione di una classe di lavoratori professionalmente e culturalmente capaci di operare innanzi tutto nelle strutture ricettive degli Altopiani Maggiori d’Abruzzo, ma anche dell’intera regione. La preside dell’istituto Cinzia D’Altorio ha letto il messaggio augurale del presidente della regione Gianni Chiodi ed erano presenti: il presidente della provincia dott. Antonio Del Corvo, il nuovo sindaco di Roccaraso dott. Francesco Di Donato, il vescovo di Valva e Sulmona mons. Angelo Spina, il parroco di Roccaraso don Renato D’Amico, il prof. Aldo Lorenzo Di Fonso, amico fraterno di monsignore, il nipote Augusto De Panfilis, Peppino Cellini e Nino Suffoletta suoi parenti. Quando sono iniziate le pratiche burocratiche per l’intitolazione dell’istituto, sono stato invitato dalla preside D’Altorio a scrivere un testo che ricordasse l’opera di Monsignore a favore dei giovani di Roccaraso e a esprimere per l’occasione odierna il ricordo degli anni della mia fanciullezza accanto a lui. Invito che ho accolto con impegno ed emozione. Queste sono le parole che ho pronunciato durante la cerimonia alla quale hanno partecipato gli alunni e i professori di oggi e di un tempo, gli amici e cittadini di Roccaraso, i rappresentanti degli istituti alberghieri della regione, le autorità militari della zona.

 Qualche mese fa ero a Roma per un convegno dell’UDC e camminando alle spalle di via della Conciliazione, dove una serie di vicoli si affiancano paralleli verso San Pietro ho incrociato il Vicolo del Farinone. L’ho imboccato e guardando con un po’ di attenzione le porte del lato sinistro ho riconosciuto quella che avevo varcato alcune volte tanti anni fa, era quasi aperta. Ho allungato lo sguardo all’interno e il pensiero è scivolato a quel tempo facendo riaffiorare tanti ricordi di colui che visse in quella casa, trasferito da parroco di Roccaraso a più alti incarichi romani: Don Edmondo de Panfilis. Qualche giorno dopo, quasi quell’incontro fosse stato un presagio, mi ha chiamato la professoressa Cinzia D’Altorio, che conoscendo i miei trascorsi di chierichetto e di giovane roccolano mi ha chiesto se volevo scrivere qualcosa per ricordare Don Edmondo al quale aveva intenzione di intitolare questo istituto e ciò era necessario per arricchire la relativa pratica amministrativa.
Per me è stato un onore ed una emozione, ma è stata anche la possibilità di far tornare alla mente quasi venti anni vissuti al suo fianco, momenti e avvenimenti importanti che hanno contribuito in maniera determinante alla mia crescita e a quella di tante persone che come me hanno trovato nei suoi insegnamenti linfa vitale che ha dato vigore al nostro spirito.
Per me tutto incominciò con un Pazziariello della Eldorado, un gelato da dieci lire, metà cioccolato e metà panna in cima ad uno stecco. Avevo sei anni e poco più una delle ultime domeniche di settembre del 1959 e indossavo per la prima volta la tonaca da chierichetto con l’incarico di girare intorno alla fila degli uomini per la questua, dove c’era pure mio padre che vedendomi un po’ timoroso, mi squadrò inducendomi a compiere il servizio con attenzione. Alla fine della messa io e l’altro chierichetto della fila delle donne seguimmo Don Edmondo in sagrestia insieme ai due chierichetti che avevano servito la funzione. Mentre ci svestivamo, un colpetto di mano sulla testa e una veloce carezza del parroco, mi segnarono l’accesso in un’allegra e numerosa brigata di chierichetti che svolazzavano ogni giorno intorno a lui. A quelli che avevano servito la messa regalò quindici lire e loro poterono acquistare il gelato Cremino. Nei giorni seguenti ai novizi insegnò il da farsi e ci raccomandò di seguire con gli occhi quello che facevano i più grandi ed esperti. Io e l’altro che avevamo acquistato il gelato più economico ci promettemmo di imparare presto i vari servizi da espletare, ma l’arrivo dell’autunno congelò il desiderio di assaporare quel gelato per l’estate successiva, perché agli inizi degli anni ’60 i gelati si vendevano solo in quel periodo.
            Questo era il modo in cui Don Edmondo avvicinava i bambini alla Chiesa, all’insegnamento religioso, a partecipare alle riunioni dell’Azione Cattolica, ad imparare ad entrare nella vita civile della nostra comunità muniti di quel bagaglio morale e spirituale che solo la religione cattolica può infondere.
            E poi ci metteva a disposizione una delle prime televisioni installate in paese, la biblioteca, un flipper, uno stanzone sotto la canonica dove potevamo riunirci per organizzare le prime attività di socializzazione, le divise da calciatore per le partitelle estive, le gite in montagna. E tutti questi strumenti usati per trascorrere proficuamente il tempo libero portavano in maniera indolore e condivisa a partecipare alle diverse funzioni religiose alle quali non sempre riuscivi a vestire l’abito di chierichetto tanti eravamo pronti a farlo. La piazza antistante la chiesa, prima della messa pomeridiana diventava un campo di calcio e risuonava festosa; solo la neve smorzava per qualche tempo quel chiasso che anticipava la messa.
            Queste attività avevano un solo regista: Don Edmondo De Panfilis, il quale ci insegnava il catechismo e andava oltre con altri racconti che alla fine erano tutti indirizzati alla nostra migliore formazione; ci preparava a partecipare con impegno e diligenza alle varie funzioni religiose e apprezzamenti e rimproveri, sintetici ed estremamente efficaci, toccavano a tutti. Il rispetto e l’affetto per la sua persona divenivano così indiscutibili.
            Con lui e con una diecina di ragazzi sono salito per la prima volta sui 2285 metri di Monte Greco e ho conosciuto ogni montagna che ci circonda, dove, strada facendo, abbandonata la veste di sacerdote continuava a infonderci notizie di ogni genere e insegnamenti per la nostra vita futura. Ricordo di aver appreso da lui in maniera essenziale la storia dell’occupazione e distruzione di Roccaraso e strada facendo nei boschi e tra i prati ci faceva scoprire trincee, buche scavate da ordigni e luoghi dove purtroppo morirono diversi nostri concittadini.
            Insomma, ognuno di noi vedeva in lui il terzo genitore e si rendeva conto che le sue parole arricchivano e valorizzavano quelle degli altri due, completavano e irrobustivano la nostra personalità.
            Don Edmondo abitava nella canonica e insegnava in questo Istituto. Il tempo libero lo viveva tra la gente, passeggiando sul viale e discutendo con tutti sui problemi della nostra comunità. Era il nostro buon pastore e sono sicuro che tante persone che gli sono state accanto lo ricordano con affetto. Io l’ho avuto vicino anche da giovane studente e nonostante si fosse già trasferito a Roma, ho desiderato che celebrasse il mio matrimonio e ha battezzò il mio primo figlio. Insomma ha reso alla mia vita un servizio completo e scusate l’espressione poco felice.
            Purtroppo dopo di lui c’è stato il vuoto. L’intensità della presenza di un prete tra i giovani, per le strade di Roccaraso, nei fatti e negli avvenimenti civili di questa comunità si è prima affievolita, poi è quasi scomparsa. La canonica è rimasta disabitata e i bambini, i ragazzi e i giovani di Roccaraso non hanno ricevuto in quella stessa misura i doni preziosi che solo un prete può infondere nei loro cuori e nel loro spirito per assicurare la formazione di una personalità completa.
            Voglio chiudere pronunciando semplicemente queste parole: Grazie Signore per aver dato a Roccaraso nel momento peggiore della sua esistenza, quello successivo alla sua distruzione un prete come lui, grazie Don Edmondo per ciò che hai donato ai giovani della mia generazione.

Inverno 1961. Campionati Italiani juniores di sci Alpino e Nordico. Don Edmondo, presidente dello Sci club Roccaraso, fotografato durante la premiazione.