Come si fa a resistere all’acquisto di un vecchio giornale; per la precisione LA GAZZETTA DEL POPOLO; per di più del 3 marzo 1932, che reca questo titolo?

 

Io non ci sono riuscito, anche se poi è stato l’amico Nicola Giovannelli, esperto acquirente su eBay a farlo per me; non avrei mai concluso “l’affare”, dopo due minuti dalla prima offerta avrei dimenticato completamente l’impegno e il giornale mi sarebbe sfuggito. Non posso farci nulla, non fa parte del mio carattere dedicarmi a questi acquisti che si prolungano in maniera snervante nel corso dei giorni assegnati dall’asta.

Il giornale l’ho ricevuto. Che bello aver scoperto con le parole umoristiche del cronista un pezzetto della vita “innevata” di quel tempo. E poi. Ci sono anche tre disegni! Una rarità sui giornali, dove abbondano le foto. Ho sempre immaginato che sui giornali di quell’epoca si celasse un tesoro, un tesoro che vorrei tutto per me. Chissà quanti racconti, quante notizie, quante foto e forse anche disegni sono conservati tra le pagine sprofondate nei sotterranei o nei magazzini degli editori o dei collezionisti di giornali. “La mia Roccaraso” è lì e io mi sono impegnato a riscoprirla. Fino a quando? Fino a dove? Non lo so. Non so dove arriverò. So solo che continuo imperterrito sulla mia strada. C’è chi si diverte con gli hobby più strambi e chi si impegna con quelli più seri. Insomma ognuno di noi fa quello che più gli piace. C’è anche chi fa qualche altra cosa guardando al futuro e pensa che chi guarda al passato, con un’età relativamente giovane, sia sulla strada della senescenza precoce. Io non credo di essere uno di questi. Anzi.

Roccaraso ha perso tutto quello che altri non hanno perso: le case secolari, i palazzi ricchi di preziosità, le antichità più disparate, e le mettono in bella mostra, con grande meraviglia dei visitatori; noi no. Noi non abbiamo più niente per dimostrare che una volta c’eravamo anche noi. E siccome ho scoperto che nei luoghi più impensati, di Roccaraso si conservano tanti cimeli, ecco che mi sono tuffato a piè pari nella ricerca di ogni cosa che la possa riguardare. Qualsiasi cosa va sempre bene. Sfido chiunque a parlare di senescenza precoce.

Allora bando alle divagazioni inutili e gustatevi l’articolo che segue. E’ un flash su quello che accedeva a Roccaraso allora. Qualcuno dirà: “Ma anche oggi a Roccaraso si svolgono competizioni di sci, qualcuna anche importante (2005 - Finale di Coppa Europa di Sci Alpino o la prossima, pubblicizzata in testa a questa home page) e allora dove sta la differenza? C’è. C’è. Allora si saltava dal trampolino! E quelle gare erano un’altra cosa. Immaginate se si dovessero tenere ancora oggi. A Roccaraso. Sugli Appennini, quando ormai si svolgono solo al di là delle Alpi. Io da bambino i saltatori li ho visti da vicino. Qualche volta mi sono messo di nascosto sotto il dente del trampolino e vi giuro che ancora oggi ho nelle orecchie il sibilo dei larghi sci che mi passavano sulla testa; allora i saltatori non avevano le tute aderenti e al sibilo degli sci si univa il fremito dei pantaloni, larghi e svolazzanti.

Cosa darei per vedere ancora quei saltatori sul nostro trampolino! Che è ancora lì. E sentire di nuovo quel sibilo, quel fremito.

Scusate, chiudo definitivamente, altrimenti chi parla di quello “stato precoce” alla fine dirà di avere ragione.

Ugo

 

Da Roccaraso all’Aremogna senza pelli di foca

Il treno avanza in mezzo a un turbinio fumoso di neve verso Roccaraso. La neve viene giù fitta e roteante nell’aria opaca. Alla stazioncina di Campo di Giove i fiocchi diventano più larghi e lievi. La neve scende e si ammucchia su tutte le cose. Ogni più piccola sporgenza ha il suo mucchietto di neve sopra. Perfino i chiodi piantati al muro sorreggono un pizzico di neve. Gli isolatori dei fili elettrici sembrano bicchieri colmi di panna. A mano a mano che andiamo avanti la nevicata infuria sempre più. I rami degli alberi si piegano sotto grossi blocchi di neve. Gli impiegati ferroviari affondano fino al ginocchio sulle banchine della stazione. I sacchi della posta e i pacchi postali lanciati dal vagone sulle banchine sprofondano nella neve e scompaiono. Anche il treno sembra sprofondato in mezzo a quel biancore spumoso e soffice.

Arriviamo a Roccaraso. Una slitta. La slitta avanza in un biancore abbacinante e diffuso in cui non si distingue nessun contorno. La strada non si vede, non si vedono le case, non si vede nulla. Soltanto la neve che si insinua entro il bavero del soprabito, con un leggerissimo senso di solletico, e si scioglie sulla nuca e sulle orecchie. L’uomo della slitta, imbacuccato fino alle sopracciglia, ci avverte che oggi abbiamo circa otto gradi sotto zero. Ancora qualche minuto di slitta ed eccoci all’ingresso dell’albergo gremito di gente. Sono le otto del mattino. Le pareti intorno sono tutta una rastrelliera di sci e di bastoni. La scala risuona di tacchi ferrati. Sciatori e sciatrici che scendono dai piani superiori in cerca di caffelatte e di sci.

Intanto una luce più vivida comincia ad illuminare l’aria. Attraverso le doppie vetrate cominciano a scorgersi i contorni delle case e dei pali telegrafici. La nevicata si è affievolita. Adesso la neve viene giù a minutissimi puntini come se fosse lanciata con un polverizzatore. Il cielo si rischiara. Alcune ragazze, in un angolo, sono intente a srotolare sottili strisce di pelle di foca. Preparativi per un’escursione.

“Andiamo su alla sella. Venga anche lei!” grida una ragazza rivolta a un signore cui i vari maglioni, le scarpe e la speciale fasciatura dei polpacci conferiscono un fiero aspetto brigantesco. “Senza pelli di foca io non arrivo neanche fino alla pista del salto!” risponde il signore con tono reciso. Le ragazze insistono circondandolo.

Il sole è riuscito a diradare la nebbia e risplende sui campi bianchissimi. Davanti alla soglia dell’albergo c’è una piccola folla di sciatori curvi occupatissimi ad agganciarsi gli sci ai piedi. Partiamo anche noi. Rifiutando l’aiuto di un folto gruppo di ragazzini che si erano precipitati ai nostri piedi per agganciarci gli sci, compiamo da soli la delicata operazione e ci avviamo a strisciate lunghe lunghe e sicure verso i campi. I nostri sci sono unti ben bene di paraffina; scivoliamo quindi nella neve fresca con una facilità un tantino preoccupante. La neve è alta e spumosa e cede sotto i nostri passi fino a sommergere completamente gli sci. Avanziamo lenti e sicuri. Ormai la neve non ha più segreti per noi. La conosciamo sotto tutti i suoi aspetti e, con astute manovre, riusciamo ad avere sempre ragione di essa.

In breve eccoci in vista del campo. La nostra avanzata è sicura e inesorabile, ostacolata soltanto, a brevi intervalli, da vocianti nugoli di sciatori partenopei che ci arrivano addosso furiosamente. Nonostante tutto facciamo il nostro ingresso nel campo di Roccaraso assai brillantemente. La neve è battuta da centinaia di sciatori e la paraffina ci fa scivolare con una grazia così fluida e acrobatica da strappare agli astanti qualche grido di ammirazione.

Non curanti del successo proseguiamo la salita verso il “campo degli alpini”, decisi a spingerci su fino all’Aremogna. Lungo il canalone raggiungiamo il signore dall’aspetto brigantesco circondato da uno sciame di cinguettanti sciatrici che salgono su speditamente, aiutate dalle pelli di foca. Il signore, invece per non scivolare indietro, ha attorcigliato agli sci delle lunghe corde. I suoi scia così conciati sembrano due lunghe mortadelle. In virtù delle corde, il signore dall’aspetto brigantesco prende quota. Vedendoci andar su con gli sci lisci e levigati dalla paraffina, il signore ha un gesto di meraviglia e di terrore. “Salgono così? Senza pelli di foca e senza corde? E dove vanno?” ci chiede sbalordito. Lo guardiamo con un sorriso di benevola protezione. “All’Aremogna. Senza pelle di foca!” risponde Cam con un sorriso tagliente che increspa il suo rude e vigoroso volto di uomo della montagna. “Quale eroismo!” mormora il signore perdendo qualche metro di terreno, nonostante le corde che avvincono i suoi larghi sci che sembrano fatti coi frammenti di un vecchio armadio. Attraversiamo vallate, ci inerpichiamo su per colli e montagne fino all’Aremogna. Due ore di salita sulla neve scivolosa.

Dall’Aremogna, con una lunga ed esilarante sciata ritorniamo verso il campo, in men che non si dica, aizzati e applauditi con inesplicabile entusiasmo da un numeroso pubblico sparso lungo la discesa. A certe curve gruppetti di spettatori ci gridano: “Sotto! Forza! Dài! Siete secondi!” Alcuni, rivolti verso Cam, gli gridano: “Brava!, Forza, bella pupetta! Che occhini! Vincerai la coppa!” Un po’ seccato, Cam finta di non sentire. La spiegazione dell’enigma la abbiamo all’arrivo quando ci vediamo apparire davanti lo striscione colorato del traguardo. Abbiamo percorso la pista in cui si sta svolgendo la gara di discesa a coppie, e Cam, a causa della sua esile figura, è stato scambiato per la dama.

Nel pomeriggio il campo attorno al trampolino di salto è nereggiante di pubblico. Pubblico di competenti. Le gare di salto sono annunziate per le tre. Cominciano ad arrivare i concorrenti. La giuria ha già preso posto nel palchetto di legno acconto al salto. Fra il pubblico si incrociano già i primi commenti e le prime previsioni.

Ad un tratto si nota un certo fermento. Qualcuno si scosta, si sentono delle frasi mormorate a mezza voce. Arriva il decano degli sciatori, lo sciatore più vecchio d’Italia che vuole assistere alla competizione. Il decano degli sciatori fa il suo ingresso nel campo a passi lentissimi, trascinandosi su due sci di mogano artisticamente cesellati. La sua tenuta è irreprensibile. Pantaloni norvegesi, giacca a vento, berrettino alla tirolese, guantoni e sopraguanti impermeabili, vermiglioni di acciaio legati alle caviglie per le discese. Non dimostra più di novantasette anni. Due valletti lo sorreggono per le braccia, sicchè gli sci vanno un po’ ciondolando e ciabattando sulla neve. Un mormorio di ammirazione serpeggia fra il pubblico al suo passaggio. Giunto in vista del trampolino di salto, il glorioso vegliardo, amorevolmente aiutato dai valletti, esegue un lentissimo “cristiania” e si ferma. Il pubblico intorno fa ala riverentemente. Alcuni si scoprono.

In quella si iniziano le gare di salto. Il primo saltatore è già arrampicato in alto sulla pista. Si regge per traverso sul ripido pendio, appoggiandosi ai bastoni, in attesa del segnale. Al segnale della bandierina eccolo poggiarsi sui bastoni, cambiare di scatto la posizione e, abbandonando i bastoni piantati nella neve, lasciarsi andare giù tutto raccolto. Una fulminea discesa, un colpo sul dente del trampolino, ed eccolo in aria con le braccia aperte librato come un aeroplano. La pista ripidissima precipita sotto di lui bianca e libera. Il saltatore la sorvola con un salto aereo mentre tutti intorno trattengono il fiato nel gran silenzio della neve. Dopo alcuni secondi di volo il saltatore si è posato sulla pista con la levità di un uccello e tutto raggomitolato sugli sci ha continuato a scivolare vertiginosamente verso il piano. Una curva, un arresto repentino fra un polverio di neve ed ecco il saltatore avviarsi sul piano a passi lenti, mentre il pubblico applaude. Salto di ventisei metri. Il secondo saltatore è già in posizione, lassù, nel viottolino ripidissimo e bianco fra gli alberi ricoperti di neve. Nuovo segnale con la bandierina. Partenza. Eccolo che si lascia andare, salta, vola, precipita verso il piano. I bastoni sono rimasti lassù conficcati nella neve: visti dal basso sembrano piccoli come fiammiferi. Salto di ventidue metri. Le gara prosegue fra un silenzio religioso, mentre il megafono ad ogni salto diffonde nella vallata i nomi dei saltatori e la lunghezza dei loro salti.

Finita la gara, la pista viene presa d’assalto da gruppi di sciatori di modeste possibilità che arrancano su per l’erta salita faticosamente per traverso, ruzzolando ad ogni passo. Un gruppo di vivaci maschiette, cui la neve ha imbiancato le ciocche dei capelli che scappano sotto i berrettini colorati, si affanna attorno ad una collinetta tutta tartassata e bucherellata dalle continue cadute. “Clara! Nandina! Sisto! Con questa neve io casco facile!” si sente gridare da più parti con marcato accento trasteverino.

Voci concitate arrivano dall’alto mentre cala il tramonto: “Pista, guagliò!” E’ il grido dei napoletani, udendo il quale tutti si affrettano a cedere il passo.

Gli sciatori impazzano ancora nell’ampia vallata. La luce comincia a diventare smorta. Il decano degli sciatori, amorevolmente sorretto dai valletti, si allontana lemme lemme, diretto verso il suo impervio rifugio perduto nella montagna.

Ercole Patti

disegni di Camerini