Un Passo che preoccupava
Incomincio ad avere parecchi anni e si avvicina sempre più l’età in cui i ricordi di un tempo, del tempo da bambino, sono più vivi e presenti di quelli relativamente recenti. Un po’ è la nostalgia che prende il sopravvento sull’attualità, che soprattutto in questo momento di malessere generale deprime lo stato d’animo di ognuno di noi; un po’ dipende dal fatto che avendo riscoperto buona parte della storia di questo paese dell’ultimo secolo, ho apprezzato particolarmente i fatti, gli avvenimenti e gli uomini che li hanno determinati. E così, in questo periodo dell’anno, consacrato alla neve e allo sci, mi è tornato in mente quando non c’era la veloce superstrada che saliva a Rionero Sannitico e si doveva superare il Passo, arduo e difficile in condizioni di neve e ghiaccio, che collegava Colli al Volturno ad Alfedena. In queste condizioni era un’impresa raggiungere Roccaraso, dove, prima di arrivarci si doveva superare un’altra difficoltà di non poco conto, la salita da Castel di Sangro con le famigerate “esse” del Guerro e di Sferracavallo. Viaggi epici per gli sciatori che tiravano un sospiro di sollievo solo dopo aver spento il motore dell’auto davanti alla pensioncina o all’albergo. E questa la ragione che ha lasciato impresso nella mente non solo di chi visse quei tragitti, ma anche di noi roccolani che ci preoccupavamo di informarci sullo stato di transitabilità del Passo e della nostra salita, momenti di preoccupazione per il viaggio reso avventuroso dalla neve e la speranza che gli sciatori non restassero bloccati rinunciando così ad arrivare quassù.
Così ho chiesto all’amico Stefano Buccafusca di scrivere qualcosa per me. Stefano, uno dei tanti bambini di allora che al momento cruciale del viaggio cessavano di vociare e di distrarre il preoccupato autista e riservavano solo qualche esclamazione alla vista, dietro il finestrino appannato, dei primi e insistenti fiocchi di neve, della luna argentata che illuminava a giorno le catene delle montagne, del fumo dei camini che arzigogolava nel blu della notte.
Il “Passo” degli sciatori napoletani
Se negli anni ’30 una vaporiera aveva reso epico e leggendario il viaggio da Napoli e Roccaraso, non poche emozioni ha regalato il percorso in auto che si era obbligati a fare dal dopoguerra almeno fino all’inizio degli anni ’80. Era un po’ come un rally con un percorso misto che si conosceva quasi a memoria. Proviamo a ripercorrerlo, magari tornando indietro nel tempo, in un venerdì pomeriggio del 1970 in compagnia di una famiglia napoletana. Padre, madre e quattro figli al seguito. Lui è da sempre appassionato della montagna. Innamorato della “sua” Roccaraso, con le case in pietra e quel mondo antico pre-consumistico. E’ un po’ stanco dopo una settimana di lavoro ma freme dalla voglia di sciare fra Aremogna e Pratello, luoghi a lui comunque molto familiari. Il nostro fantasioso Gps dell’epoca ci indica la prima sosta. Caianello, uscita dell’autostrada Napoli-Roma. E’ già buio quando la macchina stracarica con sei paia di sci e altrettanti scarponi arriva a Venafro dopo una serie di lunghi rettilinei. I
ragazzi hanno fame ma c’è tempo solo per una breve sosta: un pacco di biscotti, un po’ d’acqua e poi via. La strada per Roccaraso è ancora lunga. Il pensiero del guidatore e dei giovanissimi passeggeri è già proiettato al tratto più impegnativo. Quello che inizia dai tornanti di Colli al Volturno fino alle curve che conducono al mitico Passo di San Francesco. Solo il pensiero conduce ad una vaga sensazione a metà fra tensione ed ansia. Lo diventava ancora di più se magari già a Colli al Volturno si cominciavano a vedere i primi fiocchi di neve. “Figurati al Passo cosa troveremo” è il pensiero che agita il guidatore e la sua signora, peraltro accompagnato dalla preoccupazione di dover mettere le catene. Arrivare al Passo di San Francesco è un po’ come superare lo Stelvio. Il numero dei tornanti di certo non ha paragoni, ma la strada per raggiungere Roccaraso è davvero stretta e tortuosa quasi quanto il passo alpino. In molte
curve da un lato c’è un muro di roccia, dall’altro c’è solo un guardrail che separa da una profonda scarpata. Ad un certo punto la luna fa capolino fra le nuvole e agli automobilisti di passaggio offre uno spettacolo superbo: i monti della Meta. Sono pieni di neve ed hanno un aspetto decisamente alpino. Sono montagne severe ed incutono rispetto. Si fanno ammirare come da un campo base si gode lo spettacolo del Nanga Parbat. La strada verso il Passo richiede la massima cautela. Siamo a quota 900 metri di altitudine ma lo scenario la fa sembrare del doppio. Le curve si ripetono con insistente penitenza. Poi all’improvviso ecco un breve rettilineo e una casa cantoniera. Sembra di essere in uno dei migliori Rally di Montecarlo. Tutt’intorno la neve, strada compresa. Boschi fitti imbiancati. Sbuffi di vento che la dicono lunga su come sarà il tempo su a Roccaraso. Il guidatore non può permettersi distrazioni. Il valico a quota 1100 è raggiunto con un sospiro di sollievo. I ragazzi sul sedile posteriore si lamentano. Chi per la fame, chi per il mal d’auto. Non si contano più le soste a bordo strada proprio al passo. Sono un ricordo indelebile per i più deboli di stomaco. Ma ci vuole ancora una discesa e una salita per arrivare a Roccaraso. Ancora tornanti, stavolta il Gps indica che siamo quasi arrivati ad Alfedena. Nevica fitto. Per strada non c’è nessuno. Tutto è ovattato mentre si intravede Castel di Sangro. E’ quasi fatta prima dell’ultimo strappo sui tornanti che portano a Roccaraso. Le catene ormai sono già state montate. Come accade spesso fanno il (solito) sordo rumore metallico e sembrano parlare: …clang, clang, clang. La sofferenza acustica è d’obbligo ma intanto il Passo è già lontano. Con il suo fascino di luogo della memoria che custodisce i ricordi di quegli auto-carovanieri dello sci affamati di neve e di montagna.
