dal libro: Roccaraso, due solchi sulla neve lunghi 100'anni
Cent'anni di sci in 9 chilometri
di Stefano Buccafusca
Li conosco quasi a memoria quei nove chilometri di strada che da Roccaraso paese portano all'Aremogna. Con la macchina li avrò percorsi centinaia di volte durante gli inverni fra bufere in stile siberiano e abbondanti nevicate. O a fine primavera sotto un tiepido sole nascosto fra le nuvole dopo il temporale. Percorrere quella strada, per me è un po' come scorazzare nel giardino di casa propria dove, con il passare degli anni, ogni angolo ti riporta alla memoria un frammento della tua vita.In quei nove chilometri di curve e rettilinei mi rivedo bambino, per la verità un po' svogliato, ma con sguardo attento e con il cuore emozionato, mentre parto dall'Hotel Trieste, diretto agli impianti di sci.
Salito in auto con i miei fratelli, come perfetti soldatini ascoltiamo le parole di nostro padre Emilio, classe 1913, napoletano con il pallino per la montagna e per lo sci. Le sue parole sono una liturgia, un rito familiare che si ripete ogni volta e di cui ormai si conoscono pause ed incisi.
Pochi metri dopo esserci mossi dall'albergo, subito a sinistra, c'è la seggiovia dell'Ombrellone. Qui ho messo gli sci per la prima volta negli anni '60. E' il primo
impianto costruito nel dopoguerra sul Colle Belisario. Un panettone di 1500 metri coperto di splendidi abeti. Avevo quattro o cinque anni quando i miei mi portavano alla base della seggiovia, poi crescendo ci sono tornato con velleità “più tecniche”. Mi avventuravo sull'Azzurra, che mi sembrava una comoda autostrada e dove di curve ne facevo poche preferendo il brivido della posizione a uovo. Raramente andavo sulla pista Rossa, già più impegnativa. La nera, la mitica 4, manco a parlarne. Già a vederla da sotto metteva paura per quanto è ripida. “Siete fortunati...– abbozzava un po' severo mio padre – ai miei tempi mica si sciava così !”. Già perché poco più avanti c'è un trittico della memoria davvero unico: Campetto degli alpini, Roccalta e lo “Slittone”. In una curva piuttosto
pronunciata, la liturgia si fa più affascinante. Con un cenno ci indicava il bivio che porta al Campetto. Un tempo, fra gli anni '20-'40 era un canalone sterrato, di certo la strada più breve per arrivare all'Aremogna passando per la Selletta. Lo era soprattutto per chi, utilizzando le pelli di foca, dopo aver superato il Campetto, arrivava al rifugio della Selletta. Qui per i pionieri dello sci, oltre al ristoro, c'era anche da ammirare uno spettacolo mozzafiato a 180°. Le distese bianche ed immacolate degli stazzi dell'Aremogna. Di fronte, sul lato opposto i 2140 metri delle Toppe del Tesoro.
impianto costruito nel dopoguerra sul Colle Belisario. Un panettone di 1500 metri coperto di splendidi abeti. Avevo quattro o cinque anni quando i miei mi portavano alla base della seggiovia, poi crescendo ci sono tornato con velleità “più tecniche”. Mi avventuravo sull'Azzurra, che mi sembrava una comoda autostrada e dove di curve ne facevo poche preferendo il brivido della posizione a uovo. Raramente andavo sulla pista Rossa, già più impegnativa. La nera, la mitica 4, manco a parlarne. Già a vederla da sotto metteva paura per quanto è ripida. “Siete fortunati...– abbozzava un po' severo mio padre – ai miei tempi mica si sciava così !”. Già perché poco più avanti c'è un trittico della memoria davvero unico: Campetto degli alpini, Roccalta e lo “Slittone”. In una curva piuttosto
pronunciata, la liturgia si fa più affascinante. Con un cenno ci indicava il bivio che porta al Campetto. Un tempo, fra gli anni '20-'40 era un canalone sterrato, di certo la strada più breve per arrivare all'Aremogna passando per la Selletta. Lo era soprattutto per chi, utilizzando le pelli di foca, dopo aver superato il Campetto, arrivava al rifugio della Selletta. Qui per i pionieri dello sci, oltre al ristoro, c'era anche da ammirare uno spettacolo mozzafiato a 180°. Le distese bianche ed immacolate degli stazzi dell'Aremogna. Di fronte, sul lato opposto i 2140 metri delle Toppe del Tesoro.“Vedete quella linea dritta che sale lungo il Monte Zurrone?”. Mio padre mentre guidava indicava una linea retta che tagliava il bosco di faggi, “lì fu costruito il primo impianto di risalita, altro che funivie e skilift”. E noi figli, ormai istruiti a memoria completavamo la frase”....lo slitttooonee..”. Se per noi era un gioco, per lui era qualcosa di memorabile. Era il ricordo dei tempi della Slittovia, costruita nel lontano 1937. A suo modo quell'impianto aveva cambiato il modo di vivere lo sci a Roccaraso. Un modello cui nessuno di noi ragazzi poteva immaginarne il significato visti i moderni impianti degli anni '70.
La Slittovia aprì una nuova era nello sci dell'epoca. Non più inteso come sci-alpinismo, ma come sci da discesa. Bisogna essere grati a Ugo Del Castello che qualche anno fa in un appassionante racconto ha svelato ogni particolare di questo luogo riportando alla memoria molti dettagli della storia di questo impianto.Se sulla “Slittovia” noi bambini eravamo piuttosto preparati, più fugaci erano i particolari su Roccalta. A metà degli anni '50 i miei genitori ci andavano a sciare. Da molto tempo però è un impianto fantasma. Ebbe vita breve nonostante si trovasse molto vicino al paese e forse pagò per primo le conseguenze del turismo diretto agli impianti dell'Aremogna. Guardando la cima del colle tondo dove era posto l'arrivo della seggiovia, mi affascinava il pensiero di una discesa cronometrata tutta d'un fiato lungo i versanti della montagna, arrivare poi nelle strade del paese e attraversarlo con gli sci ai piedi fino a casa.
Quando eravamo ormai ad un paio di chilometri dall'albergo era immancabile osservare le ferite inferte al paesaggio. Da un lato un gigante di cemento di oltre dieci piani e su lato opposto la Capannina, luogo simbolo dei giochi d'estate, rimasto per molto tempo l'ultimo avamposto cittadino prima di affrontare le curve verso l'Aremogna. Il momento più emozionante era all'uscita da uno dei tornanti quando si staglia lo spettacolo delle montagne: Pratello, Pizzo Alto e
Toppe del Tesoro. Al Pratello per anni si è sciato su due impianti, la bidonvia e la seggiovia delle Crete rosse. Il “cesto” impiegava almeno venti minuti per raggiungere i 2050 metri della stazione di arrivo. Quando faceva molto freddo, quei 20 minuti erano interminabili. Poteva andare anche peggio nel caso in cui si fermava improvvisamente l'impianto per problemi tecnici. Si restava a volte diversi minuti a dondolare con gli scarponi già dolenti. Si veniva però ricompensati arrivando in cima. Nelle giornate limpide si può ammirare un panorama unico. Dal Gran Sasso al Matese fino a intravedere uno spicchio di Adriatico. Ovviamente altre emozioni regalava la discesa del Cucchiaio con la sua pendenze ripida. Una nera impegnativa tanto da ammonire i più baldanzosi sciatori con il cartello “pista per esperti”. D'altronde il Pratello era considerato il luogo per gli sciatori “veri”. Lo era forse grazie alla presenza di un personaggio leggendario come Leo Gasperl chiamato a dirigere gli impianti di Rivisondoli dal notaio Felice Piccinni. Strano ma vero, un pezzo di storia dello sci alla corte degli Appennini. Leo ti salutava con il suo immancabile accento tedesco sorridendo sornione dietro i suoi occhiali da sole. Un momento così ti faceva incutere il rispetto che si deve ai “Grandi” di questo sport.
Toppe del Tesoro. Al Pratello per anni si è sciato su due impianti, la bidonvia e la seggiovia delle Crete rosse. Il “cesto” impiegava almeno venti minuti per raggiungere i 2050 metri della stazione di arrivo. Quando faceva molto freddo, quei 20 minuti erano interminabili. Poteva andare anche peggio nel caso in cui si fermava improvvisamente l'impianto per problemi tecnici. Si restava a volte diversi minuti a dondolare con gli scarponi già dolenti. Si veniva però ricompensati arrivando in cima. Nelle giornate limpide si può ammirare un panorama unico. Dal Gran Sasso al Matese fino a intravedere uno spicchio di Adriatico. Ovviamente altre emozioni regalava la discesa del Cucchiaio con la sua pendenze ripida. Una nera impegnativa tanto da ammonire i più baldanzosi sciatori con il cartello “pista per esperti”. D'altronde il Pratello era considerato il luogo per gli sciatori “veri”. Lo era forse grazie alla presenza di un personaggio leggendario come Leo Gasperl chiamato a dirigere gli impianti di Rivisondoli dal notaio Felice Piccinni. Strano ma vero, un pezzo di storia dello sci alla corte degli Appennini. Leo ti salutava con il suo immancabile accento tedesco sorridendo sornione dietro i suoi occhiali da sole. Un momento così ti faceva incutere il rispetto che si deve ai “Grandi” di questo sport. Dai finestrini appannati della macchina guardavamo il “Pratello” insofferenti per l'attesa. Le piste intanto si facevano più vicine quando arrivavamo al bivio con Pizzalto. Qui nei primi anni '70 eravamo in pochi a salire sulla seggiovia biposto costruita da Felice Colecchi. Allora era una scoperta, una novità di cui vantarsi. Poi inverno dopo inverno le piste lunghe e adatte alle capacità di ogni sciatore, divennero sinonimo di appuntamenti volanti fra amici: “Ci vediamo sulla Paradiso”, “Tra dieci minuti ti aspetto a metà della Canguro”, “Andiamo a fare un fuoripista sulla Cielo Alto...”. Ma per noi ragazzini, uno dei “must”di allora a Pizzalto non aveva a che fare solo con lo sci ma anche con la gastronomia. Da leccarsi i baffi l'immancabile trancio di pizza fumante al pomodoro e mozzarella.
Gli occhi di un bambino, si sa vedono le cose in modo diverso dagli adulti. E così era il simbolico striscione dell'ultimo chilometro prima di arrivare agli impianti dell'Aremogna. Uno striscione condito di molti ricordi. Appollaiato su un pianoro si scorgeva il “Rifugio Principessa Giovanna” conosciuto più
semplicemente come “Vecchio rifugio”. Conservava intatta la sua vetustà carica di ricordi e immagini d'altri tempi. Costruito nel 1929 da Leandro Zamboni era stato per anni un solitario avamposto per gli sciatori-alpinisti come mio padre che partiti da Roccaraso, zaino in spalla e pelli di foca sotto gli sci, raggiungevano Monte Greco e Scanno. Racconti di fatiche sportive che iniziavano laddove finiva il nostro breve percorso in auto.
semplicemente come “Vecchio rifugio”. Conservava intatta la sua vetustà carica di ricordi e immagini d'altri tempi. Costruito nel 1929 da Leandro Zamboni era stato per anni un solitario avamposto per gli sciatori-alpinisti come mio padre che partiti da Roccaraso, zaino in spalla e pelli di foca sotto gli sci, raggiungevano Monte Greco e Scanno. Racconti di fatiche sportive che iniziavano laddove finiva il nostro breve percorso in auto.Il traguardo finale di quei nove chilometri d'asfalto si tagliava sul piazzale degli impianti dell'Aremogna. La cabinovia delle Toppe, gli skilift del Macchione e del Pallottieri costituivano il nostro pane quotidiano, ovviamente dopo essere stati svezzati dalla leggendaria manovia. Erano gli anni delle tessere a punti di carta, obliterate con la bucatrice dagli addetti ai controlli. La neve artificiale era ancora fantascienza ma così l'emozione era ancora più forte quando le piste spelacchiate
venivano sommerse dalle nevicate improvvise in meno di 24 ore. Erano “nevicate a falde larghe” come nostalgicamente amava dire mio padre. Nevicate capaci di rendere complicati e a volte avventurosi quei nove chilometri sulla via del ritorno dalle piste al paese. Un nastro d'asfalto che con il passare del tempo mi appare come un filo della memoria.
venivano sommerse dalle nevicate improvvise in meno di 24 ore. Erano “nevicate a falde larghe” come nostalgicamente amava dire mio padre. Nevicate capaci di rendere complicati e a volte avventurosi quei nove chilometri sulla via del ritorno dalle piste al paese. Un nastro d'asfalto che con il passare del tempo mi appare come un filo della memoria.Ecco il mio secolo di sci a Roccaraso. Una parentesi ancora aperta, fatta di mille ricordi sognando la neve che verrà.
