Perchè il libro Roccaraso, due solchi sulla neve lunghi 100'anni?
Alla proposta dell’editore di scrivere i testi per questo volume, ho inizialmente rifiutato, senza più l’entusiasmo di tornare su argomenti che avevano reso avvincenti le mie ricerche sulla storia sciistica e turistica di Roccaraso. Poi, condivisa l’importanza della pubblicazione, ho accettato.Così, ho incominciato a guardare le immagini dello sci roccolano, che hanno segnato il suo percorso centenario, per trovare la giusta ispirazione, soffermandomi su una cartolina che mi ha donato l’amico Nicola Giovannelli. Un’immagine che a prima vista potrebbe sembrare insignificante. Non c’è uno sciatore, non c’è la mitica slittovia, non c’è il Principe di Piemonte sciatore e amico del mio paese, non c’è quello che ai più avrebbe potuto suscitare la giusta emozione, tale da far scaturire chissà quale titolo.
In quella cartolina ci sono semplicemente due solchi sulla neve seppiata dagli anni, che tendono all’infinito oltre alcune piante denudate dai rigori invernali. Sono segnati ai fianchi da cerchi alternati come passi e impressi nella neve fresca, aperti in basso da una piccola incisione triangolare, prodotta dalla punta di un bastoncino di nocciolo o di bambù, a seconda del tempo in cui quelle tracce furono segnate. Ecco, quindi, il titolo “ROCCARASO due solchi sulla neve lunghi cent’anni”. Cento anni di “ski”, come si diceva allora, in quel lontano febbraio del 1910. Quando, sui contrafforti che limitano a sud il Piano delle Cinquemiglia, si allungarono per ogni dove i solchi degli sci che scesero in velocità, che scivolarono sul piano, che nei salti s’interruppero e poi ripresero, che furono impressi dai toboggan su piste improvvisate, tutti per la prima volta sulle nostre nevi.
In quella cartolina ci sono semplicemente due solchi sulla neve seppiata dagli anni, che tendono all’infinito oltre alcune piante denudate dai rigori invernali. Sono segnati ai fianchi da cerchi alternati come passi e impressi nella neve fresca, aperti in basso da una piccola incisione triangolare, prodotta dalla punta di un bastoncino di nocciolo o di bambù, a seconda del tempo in cui quelle tracce furono segnate. Ecco, quindi, il titolo “ROCCARASO due solchi sulla neve lunghi cent’anni”. Cento anni di “ski”, come si diceva allora, in quel lontano febbraio del 1910. Quando, sui contrafforti che limitano a sud il Piano delle Cinquemiglia, si allungarono per ogni dove i solchi degli sci che scesero in velocità, che scivolarono sul piano, che nei salti s’interruppero e poi ripresero, che furono impressi dai toboggan su piste improvvisate, tutti per la prima volta sulle nostre nevi.Poi dovevo incominciare a scrivere, ma cosa? Avevo già scritto abbastanza su: La slittovia di Roccaraso; Roccaraso la stagione della neve; Cinque Miglia di Nostalgia. Cosa avrei potuto aggiungere , visto che da tempo non facevo più ricerche? Così ho pensato di attraversare questi cento anni raccontando cosa ho visto, fra fonti storiche e immaginazione E allora che fare? Ecco che mi tornano alla mente alcune cose che ho scritto e che ho conservato in un angolo del cuore. Voglio scriverle. Continuando ho pensato di immaginarmi in quei primi anni: io c’ero. E ho raccontato cosa ho visto. E poi ancora, ho aggiunto cose non dette in precedenza, perché appartenenti ad un periodo recente, altrettanto importante e significativo di questa lunga storia, ma forse meno affascinante, perché da me veramente vissuto.
Ma c’era qualcosa che nel frattempo avevo dimenticato, alla quale tenevo tanto. Cosa? Ma certo, un libro nelle sue prime pagine deve contenere la sua presentazione, e poi ancora, trattandosi, in fondo, di una celebrazione, non può mancare delle parole di coloro che istituzionalmente rappresentano la gente di questi luoghi innevati e di sci centenario. Infine, ho pensato di chiudere anche con le parole di una persona che mi ha seguito e sostenuto in questo percorso di pubblicazione delle mie ricerche sullo sci e sul turismo roccolano, attraverso la quale io rivedo, per il suo amore verso la neve, verso queste montagne, coloro che fecero la storia dello sci su questi altopiani e su queste vette appenniniche: Stefano Buccafusca. Grazie Stefano per aver scritto i tuoi “soffici” ricordi.
Infine, infine… anzi, come non incominciare con colui che ho conosciuto qualche anno fa sul Gran Sasso, in occasione della presentazione della spedizione commemorativa dei 50 anni degli italiani sul K2, dove mi aveva dato appuntamento per conoscerci di persona, dopo che avevamo intrattenuto “corrispondenza di amorosi sensi” e dove ho stretto le sue “Mani dure” (parafrasando il titolo di un suo libro), ma anche tanto leggiadre, che hanno scritto e raccontato per l’Italia gli sport della neve, le pareti rocciose che ha scalato, gli avvenimenti spesso medagliati d’azzurro delle Olimpiadi cui ha assistito dal dopo guerra a quelle ultime di Torino 2006, e i cento e cento articoli per raccontare su quotidiani e riviste le montagne: Rolly Marchi. Lui, un “topolino”di ottantotto anni, ma che dico, una montagna d’uomo, la montagna italiana vivente.
Mi fermo qui. Io le sue parole le ho lette e rilette e sono passato dall’emozione iniziale alla commozione. Sentimenti che solo poche persone sanno infondere, quando è il cuore, è sempre il loro cuore a dettare ogni parola.
Grazie Rolly, ti auguro di poter raggiungere il tuo “centenario” e se così Dio volesse concedere, spero proprio di essere lì a farti una festosa tiratina di orecchie. Dopo che tu sarai sceso da Milano nuovamente “quassù” per raccontare i nostri mondiali della gioventù.
Ugo Del Castello