Non è provato che l’uomo derivi dalla scimmia, ma se così dovesse essere sono le donne a renderlo certo. E’ sufficiente guardarne qualcuna, soprattutto quelle che appaiono in TV, per rendersi conto almeno di quanto sia forte il desiderio di confermare la teoria. Esse con le nuove e sproporzionate labbra siliconiche riportano indietro l’evoluzione della specie fino quasi a tornare alle sembianze esatte del simpatico animale, lui, non loro. In un passato non troppo remoto alcuni ragazzi roccolani, vedendo girare per il paese alcune giovinette con i primi pantaloni femminili della storia dello sci, riuscirono a paragonarle proprio alle scimmie. Insomma, donna o uomo che sia, l’origine è più che mai certa.

Giulia e le çìmïə di Roccaraso

Questo è il racconto di una storia fuori dal tempo come tante, che ho rubato alla memoria di qualcuno che mi è caro, appartiene a un mondo passato che sembra difficile da credere, solo un caso lo ha fatto affiorare con tanta forza da arrivare fino a voi. Non importa che anno fosse e mi potrei sbagliare se tentassi di indovinare, ricordo con sicurezza soprattutto le emozioni, i dettagli forse si sono alleati con la fantasia per dargli corpo. Ho cambiato qualcuno di questi dettagli ma non il nome perché non potrei immaginare di scrivere un altro nome dato che per me è indissolubilmente legato a questa storia.
Giulia era la minore, molto minore, di tre sorelle, figlie di una benestante proprietaria e direttrice di un educandato per signorine della piccola borghesia, con molte pretese e pochissimi lussi. Occupava però un piano intero di un bel palazzo in riva al mare in una città in cui la neve non cade mai e dove crescono pure le palme. Da quelle finestre, Giulia guardava il mare e i monti frastagliati che si sollevavano a picco e solo raramente sulla loro cima faceva capolino una spolverata bianca annunciando sui suoi piedi improvvise fioriture di geloni. Nonostante il prurito insopportabile e il dolore non aveva mai associato le due cose, mai pensato che la neve potesse essere qualcosa di concreto. A lei sembrava più un’idea, un velo di zucchero e avrebbe pensato che fosse più dolce che fredda. Ma quell’anno cambiò idea. Quell’anno, a Natale, seppe che sarebbe andata a Roccaraso. La parola “settimana bianca” allora non esisteva, ma Roccaraso era già una meta d’obbligo per la società bene della città. Non ci si andava solo per “skiare” ma per dimostrare di poterselo permettere. Per esempio nessuna delle educande, che venivano da paesi interni e nevosi, ci andavano e loro invece si. La piccola borghesia faceva ogni sforzo per adeguarsi al lusso dei ricchi e dei nobili, perché riteneva che una ragazza da marito avveduta, con un ragionevole investimento, ma questo non si rivelava sempre vero, poteva aspirare ad accalappiare un rampollo di qualche famiglia importante. Più che scalare la montagna si trattava di guadagnare qualche gradino della scala sociale. Finiti i tempi pioneristici dell’amore puro per la montagna, finiti gli arditi cimenti escursionistici con pelli di foca che terminavano in lauti banchetti per stomaci non troppo delicati, finita l’enorme ed esclusiva scomodità che era stato lo sci fino allora, Roccaraso aspirava a diventare la Cervinia dell’Appennino con piacevoli convalescenze di caviglie slogate o rotte confortate da punch al mandarino o al rum fantasia. All’epoca di Giulia si beveva invece il ”canarino” ma non chiedetemi cosa sia. Roccaraso apriva senza riserve le porte al turismo di massa con tutto quello che di buono e di cattivo sarebbe poi arrivato. Prima di quel tempo, ovvero al tempo del “canarino” nessuno ci pensava a questo, nessuno immaginava il disastro della guerra, del boom successivo, degli alberghi moderni, delle seconde case a "schiera" di tutte le cose nuove e che venivano da "fuori" e che avrebbero soppiantato abitudini secolari senza rallentare per guardarsi indietro neanche una volta.
Il viaggio era un’impresa, ci voleva una giornata intera, si andava con gli zii e i cugini. Prima con l’auto pubblica, poi col treno, che si fermava in tutte le stazioni e bisognava cambiare. Si mangiavano sfilatini con il salame che le sorelle di Giulia snobbavano preferendo fumare e avendo da giorni iniziato la dieta al riso per dimagrire. Già prima di salire in treno erano scomparse ed erano tornate indossando pantaloni mai visti, color cammello e con i puntini celesti e rossi ficcati nei calzettoni con i pon pon, maglioni Chanel a coste, lillà chiaro, fatti a macchina e col cintino di pelle, camicette di seta, guanti a muffola e sciarpa lunghissima azzurra e rosa, cloque con la falda appuntata di lato, scarponi neri che poi erano gli stessi che si usava per sciare. Erano stati diligentemente unti col grasso di foca, per ora lucidi e odorosi di trementina presto sarebbero stati coperti da gore saline dopo il contatto con la neve e l'acqua, impossibili da asciugare. Questo abbigliamento sportivo contrastava con le permanenti platinate e i faticosi ritocchi fatti col ferro a cui la piccola borghesia non sapeva rinunciare a differenza dell'altra borghesia che aveva il privilegio di non dover dimostrare niente a nessuno. A Giulia queste manie non importavano per niente, diceva “non me ne importa un fico secco”. Il suo guardaroba da montagna comprendeva solo una gonna pantalone di lana ruvida e infeltrita che le faceva pizzicare terribilmente i polpacci senza scaldare niente e un largo e informe maglione fatto ai ferri e col collo rivoltato che sembrava la corda di un impiccato e si “appendeva” appena si inumidiva. Il tutto completato da un modesto cappottino corto col collo di una sospetta pelliccetta “astracan”. Appena arrivata aveva perso subito i guanti e al bisogno portava alle mani un paio di calzettoni. Ai piedi aveva delle scarpe da uomo che per lei erano l’unico vero motivo di dispiacere. Non si sa come sia riuscita a sopravvivere in queste condizioni ma un tempo non ci si faceva caso e naturalmente dormiva nello stesso letto con la cameriera degli zii, allora si diceva senza pudore "la serva", come si usava: una a testa e l’altra a piedi. Stavano nella stanza di una famiglia, ma mangiavano tutti in pensione, tranne la "serva" che all'ora di pranzo scompariva. Sennonché una notte avevano sentito un grande “crack” ed estratto da sotto alla rete imbarcata come un amaca, una mazza di scopa rotta che era stata messa li nel tentativo di reggere il tutto. A Roccaraso quasi tutti si improvvisavano affittacamere a tempo cedendo la miglior stanza di casette già non troppo grandi e confortevoli. Pare comunque che ne avessero riso molto impugnando ogn’una uno spezzone della mazza, tipo moschettieri. Di questa cameriera non so nient’altro ma penso che fosse l’unica che trattava Giulia come si deve. D’altra parte le sorelle semplicemente la ignoravano chiamandola la “mocciosa” ogni volta che potevano, lanciandole occhiatacce se si avvicinava quando cercavano di flirtare e fare le fatali assumendo pose plastiche copiate dalle riviste, con il primo bellimbusto papabile dai baffetti irresistibili e le occhiaie da viveur sotto un casco imbrillantinato e i pantaloni alla zuava con panciotto azzimato. “L’ha leccato la mucca” diceva Giulia per dispetto, e aggiungeva vogliono fare le "bellone".
Non potersi assolutamente permettere il Savoia, con il giardino all’italiana appena piantato, o il Reale o gli altri alberghi eleganti, era per loro una pacifica constatazione che non gli impediva di guadagnare con disinvoltura e un certo orgoglio regale la porticina della pensione in cui alloggiavano. Era molto peggio dover procedere per la strada che portava in paese con il seguito della “marmocchia” e i cugini chiassosi, gli zii rubicondi e gioviali. Il tutto tra un rovinio di sci e racchette in legno scheggiato, perché gli “ski” bisognava portarli da se costasse quel che costasse. Armeggiavano per ore con gli attacchi rugginosi senza venirne a capo, succhiandosi le dita sbucciate dallo scattare di una molla incastrata. Gli attacchi allora sembravano piccole tagliole per i lupi e generavano rabbiose liti tra i cugini su chi sapesse il miglior trucco per un aggancio efficace, per “l'oliatura" segno sicuro di provetta esperienza "skiatoria". Insomma non saper gestire gli "attacchi" era una vera onta che le sorelle di Giulia cercavano di coprire emettendo una nuvola di fumo azzurrino soffiando, invece che tirando, nervosamente dai bocchini d’osso e di avorio. Questi ultimi li avrebbero poi messi da parte e bollati come anticaglie avendo visto un’originale zitella inglese, circondata da cicisbei, che fumava senza bocchino e addirittura beveva champagne già disponibile a Roccaraso. In mancanza di champagne, le sorelle maggiori si strofinavano frequentemente i denti in pubblico usando un dentifricio in polvere per evitare le macchie di nicotina. Pronunciavano “niccottinna” come avrebbero detto “coccaina”, si vociferava che ci fosse un giro e di tante altre stranezze dei "napolitani", e per questo furono gratificate di un commento accondiscendente della zitella inglese, non è chiaro se per il dentifricio in polvere o per la pronuncia o perché sembravano mangiare straordinariamente poco pomodoro per essere delle Italiane. Giulia aveva leccato il dentifricio di nascosto trovandolo disgustoso dato che sapeva di colonia a dispetto del colore rosa fragola.
In qualità di chaperon, Giulia non era obbligata a calcare i campi di neve e restava ai margini delle indefinite piste di allora, che bisognava battere facendo la “scaletta” nonostante il sornione e misurato lavoro dei Roccolani che applicavano i loro gesti antichi alle necessità assolutamente "moderne e incomprensibili" dei signori. Restava appoggiata tutto il tempo a una precaria palizzata in legno, oppure in camera se il tempo era brutto. Nessuno di loro sciava se il tempo era brutto, si rischiava la scarlattina. I grandi passavano il tempo al tavolo verde.
Tra l’alternarsi di pioggia e neve Giulia prese a disegnare quello che vedeva dalla vetrata del soggiorno, dovendo spesso completare il soggetto con l’immaginazione perché i vetri erano appannati o gelati oppure c’era una specie di furgone su slitta trainato da cavalli parcheggiato crudelmente davanti. Le sorelle, i gagà, ma anche gli zii consideravano gli abitanti locali dei trogloditi e, a parte i notabili, tutto il resto del popolo lo chiamavano semplicemente “l’Abbruzzese” come dire l’abitante della montagna, il selvaggio, come fossero alberi o pietre antidiluviane.
La guerra tra loro e gli indigeni era iniziata proprio il giorno dell’arrivo. Giulia era rimasta sempre neutrale ovvero schierata con gli “indigeni”. Ma veniamo al fatto: appena i forestieri erano scesi, ovvero saliti, in paese una banda di ragazzini e adolescenti era sbucata da una stradina laterale, dove si erano appostati. Correndo a perdifiato, il volto rosso ma con le gambe nude e livide dal freddo, le scarpe inzuppate inciampando per tirarsi su i calzettoni calanti, avevano apostrofato i villeggianti e specialmente le donne in pantalone gridando “çìmïə! çìmïə!” cioè “scimmie, scimmie!”. 
Qualcuno aveva anche accompagnato con un gesto osceno indicando una salsiccia conquistata chissà come e infilata nella tasca del pantaloncino sbrindellato da cui pendeva un groviglio di filamenti e strisce di stoffa colorata, una specie di coda diabolica. Avevano badato a nascondere il viso, annerito di strisce fatte col sughero bruciato o ditate di fuliggine, con scialletti di lana grigia o marrone lavorata a uncinetto che gli arrivavano sì e no alle spalle sopra a certe giacche sformate che a loro volta coprivano maglioni di lana grezza.
Era proprio il periodo di Carnevale e questo genere di scherzo sembrava molto divertente anche a un gruppo di giovani donne avvolte in coperte “scozzesi” con righe colorate o la greca, e i grembiuloni in cotone stampati a fiorami o a scacchi. Non si sa se venissero o tornassero da qualche loro bisogna in qualche frazione vicina perché sembravano essere anche loro delle viaggiatrici. All'incontrarsi col gruppo degli "skiatori" che somigliavano all'arrivo in paese di un gregge avevano deposto a terra nel luogo dove si trovavano quello che trasportavano, secchie e fagotti, una fascina, piccole balle di fieno, un sacchetto di grano o di legumi, caccavotti col coperchio legato con lo spago e avvolti in rozze tele con sottili strisce colorate in azzurro, rosso e giallo. Un codice d’identificazione, tipo codice a barre, comprensibile solo a loro e che consentiva di distinguere la loro roba tra mille altre. Ora si bilanciavano facendo oscillare lievemente le pesanti e fitte pieghe della gonna destreggiandosi con eleganza sugli alti zoccoli. Quelle che avevano scarpe con la suola chiodata preservavano dal contatto con il fango l’orlo della gonna di lana plissata tirandola su fino al polpaccio e rimboccandola poco sotto i glutei con l’aiuto di una cinghia tessuta a mano. Sopra avevano una giubba aderente e corta in vita con le maniche arricciate, nel grembiule pure ripiegato e tenuto su con una mano un tarallo e chissà cos’altro, l’altra mano portata alla guancia ad accostare lo scialle sul viso già incorniciato da un fazzoletto più chiaro che esoticamente girava fasciando mento e collo. L’abbigliamento di queste contrastava con l’abbigliamento e con i modi austeri delle anziane del paese, camicia accollata e fazzoletto candido e inamidato fermato al collo da una spilla d’oro, il busto con le maniche staccate, che teneva su le ampie e pesanti gonne di lana a pieghe coperte da grembiuli di lana sempre scuri, e in testa un panno violaceo ripiegato più volte. Erano gli stessi abiti colorati e infiocchettati indossati da giovani, poi immersi nel miscuglio di tintura domestica per uniformarli nel definitivo e indefinito colore del lutto perpetuo, i merletti già erosi da un tempo immemore che ne aveva cancellato i fasti.
Le anziane si erano rapidamente eclissate a gruppetti di due o tre, voltandosi solo una volta a richiamare le giovani con un gesto contenuto del capo, a braccia conserte e basse, in silenzio. Ma le giovani con l’arrivo di nuove venute avevano formato un gruppo sempre più compatto e numeroso e ora che faceva acqua-neve avevano tutte la gonna rivoltata e sollevata sul capo, scoprendo le sottostanti sottane colorate e guardavano in tralice il gruppo come se fossero pronte a ripartire prendendo il posto dei forestieri testé sbarcati. La verità era che non si sarebbero mai mosse molto, e sempre a piedi, anche se si andava a qualche Santuario “lontano” in cui si passava poi la notte. Neanche sapevano immaginare come fosse il posto da cui venivano i forestieri, per loro il mercato di Castel di Sangro e soprattutto la fiera di Sulmona era il massimo che si potesse osare. Conoscevano bene i nomi e sapevano descrivere minuziosamente solo i paesi i cui campanili e le cui torri si vedevano dalla loro casa, dal campo o dalla montagna dove si saliva per la legna o per gli orapi in primavera. Di tutto il resto del mondo geografico confessavano candidamente di non saperne niente.
Alla fiera ci si andava per comprare i “rami” della cucina, il cotone ma soprattutto l’oro indispensabile a una sposa degna di questo nome e no a una stracciona. In cuor loro, senza giudicare e senza malevolenza ma con la certezza di una cultura vecchia di secoli, le straccione erano proprio queste cittadine, vestite come un maschio che indossavano un filo di pallide perle che certo avrebbero portato lacrime e disgrazie, invece del caldo e protettivo oro ramato, del corallo fortunato o dell’azzurro dello smalto e della turchese. E quanto poco rispetto e quali grossolani commenti avrebbero suscitato le sorelle di Giulia in pantaloni passando ancheggiando e a naso per aria davanti agli scapoli del paese. Per le donne del paese le forestiere venivano tutte dalla “capitale”, perché erano vestite di chiaro e perché ancheggiavano. Capitale di un regno che non esisteva più da molto tempo ma le cui leggi vivevano ancora dato che continuavano a tessere rotoli e rotoli di panno di lana e canapa usando le vecchie misure a palmi, a pesare con vecchie statere a rotoli e once.
A Giulia sembravano tante Madonne, come quella bella e materna con i capelli veri ospitata dalla grotticella vicino la chiesa del Carmine della sua città. La colpiva soprattutto la striscia di tessuto di colore vivace che bordava l’orlo interno della gonna e che ora le circondava, immobili e composte, marcandone la figura come un’aureola. Faceva buio ma loro erano rimaste imperterrite come se non sentissero né freddo né il richiamo del focolare. Scomparvero in un attimo solo quando dovettero scacciare con l’antico verso rituale, dopo averlo circondato, un maiale in libertà. Questo era l’ultimo sopravvissuto e tornando alla sua casa aveva pensato bene di prendersi delle confidenze e rovesciare a nasate qualche fagotto, grufolando felice e ignaro o, forse consapevole e deciso a prendersi un ultima rivincita, del suo prossimo destino.
Giulia quell’anno tornò a casa con un piccolo album da disegno, la copertina scozzese, rossa e blu, i fogli di cartoncino nero legati con un nastro rosso zeppi di disegni e bozzetti a matita fatti su carta velina. Io ho visto quell’album, da ragazzo, e ho ascoltato i suoi racconti più volte e ricordo il suo sorriso mentre chiudeva quelle pagine posando l’album sulle ginocchia e lisciandolo con le mani gentili e deformate dall’artrite ma ripetendo divertita con gli occhi socchiusi “çìmïə! çìmïə!”. Giulia sarebbe rimasta una inguaribile romantica vecchia bambina. Ma non temete Giulia ha avuto l’amore, la gioia dei figli e dei nipoti e solo quando era molto anziana è tornata a Roccaraso ma non corrispondeva più ai suoi ricordi, si è seduta sulle sedie di alluminio al sole fuori a un bar anni ’60 e ha detto serena: non riconosco più la mia Roccaraso. Penso che l’abbia detto così, con la sua consueta leggerezza senza giudicare e ormai senza nostalgia e rimpianto che forse abbiamo noi per non aver vissuto quella bella e antica storia.
 
 di Francesco Stoppa
Direttore Centro di Antropologia
Territoriale degli Abruzzi
Chieti, 3 settembre 2009
 

 
La prima donna non la conosco, ma è sicuramente una di quelle che per prima portò il pantalone sulle nostre nevi, siamo negli anni '30. La seconda è Gina Lollobrigida, ritratta nell'inverno 1962 sulla pista n. 1 del Colle Belisario. La terza è donna Vittoria Michitto, moglie del Presidente Giovanni Leone, ritratta davanti al rifugio di Monte Pratello verso la fine degli anni '60.