100 anni di sci e di turismo
Cavolo!
Ho scritto di getto e non ho riletto. C'era una volta una località turistica all'altezza delle migliori località della montagna italiana, era risorta dalle ceneri della guerra, fresca, bella, con le nuove casette di chi ci doveva vivere tutti i giorni, con tante ville di chi veniva perchè le aveva ricostruite ed era innamorato di queste montagne e di questi altopiani, e di chi aveva scoperto questo paese in quegli anni e se ne era innamorato visceralmente. Erano belle quelle ville, perchè erano piccole, graziose e avevano il giardino intorno. Poi c'erano dei piccoli colossi: gli alberghi frequentati nuovamente da principi, industriali, professionisti, politici, attori e calciatori famosi, alti funzionari dello stato; qualche volta arrivò pure qualche personaggio poco raccomandabile, come del resto accade un po' dappertutto, ma fu una rarità. Insomma, questa era la mia Roccaraso e io la ricordo così, da bambino, pieno di vitalità, quando giravo tra le gambe di questa gente. Poi accadde l'irreparabile, le persone che ci amministravano impazzirono e acconsentirono alla speculazione; percorsero la strada di non ritorno: la strada che percorrono gli scellerati. In poco tempo cambiò molto, cambiò tutto. Il paese divenne un cimitero di elefanti, un luogo di fantasmi di cemento. Noi diventati un po' più grandi non correvamo più tra quelle gambe, non riuscivamo più a giocare in strada, incominciammo ad evitare camion, ruspe, ferri, cumuli di sabbia polvere di gesso, di cemento e buchi dappertutto. Neppure i tedeschi durante la guerra ne avevano fatti tanti e così profondi. Pian piano, anzi repentinamente le ville scomparvero, scomparvero tanti alberi e tanti giardini e con loro selve di rose multicolori e profumate. Quella gente che eravamo abituati a salutare, che ci riconosceva, che era entrata nel tessuto di questa comunità presto ci abbandonò, non tornò più e se qualche volta nascostamente è tornata lo ha fatto per l'ultima volta, forse con tanta delusione e oso immaginare anche con tanta rabbia dentro, nel cuore. Chissà se anche qualche lacrima ha inumidito gli occhi di qualcuno affezionato più degli altri. Chi come me ha vissuto quella Roccaraso o l'ha semplicemente vista è rimasto con il cuore affranto e la rabbia che maturò dentro quelle persone è rimasta qui, donata a pochi esseri, quelli che possono fregiarsi de titolo "roccolano" e io l'ho raccolta da tanto tempo e la porto dentro come la cosa più brutta che la vita mi ha riservato. Certo, direte, ma la mamma, il papà, che ti hanno cresciuto, educato, sostenuto con tanto affetto, ma anche con severità nella crescita? Quella è un'altra cosa. Roccaraso è un'altra cosa e io non la sopporto, non sopporto vederla ridotta così. Purtroppo la vita mi ha riservato anche altro: l'impossibilità di adoperarmi affinchè ciò non accadesse. Il mio lavoro presso il Comune mi ha sottratto la possibilità di candidarmi alla giuda del paese, di far capire, con opera instancabile e genuina, quanto si fosse sbagliato e quanto sarebbe stato necessario invertire la rotta. Questo è il mio cruccio più grande. E Roccaraso è finita così. Quanto sono arrabbiato, voi non lo potete neppure immaginare. Cavolo! Ed ecco tre personaggi famosi che un tempo gradivano con noi la bellezza dei luoghi.
Jean Paul Belmondo e Ursula Andres nel 1967, su all'Aremogna
Gina Lollobrigida nel 1962 sulla pista n. 1 che scendeva dal Campetto degli Alpini |
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